LA RIVOLUZIONE COPERNICANA DELLA MISSIONE - DOSSIER GIUGNO 2018

Più gioiosa, dialogica e cosmica. Ecco la missione nuova

Un testimone privilegiato dei mutamenti del modello missionario, in seguito al collasso del colonialismo, ci dice che Gesù è cosmico prima che storico e dommatico. E delinea i percorsi di diffusione del messaggio cristiano.

di Francesco Pierli, comboniano

Ho accettato con gioia di scrivere queste righe nel contesto del dossier di Mauro Forno. I comboniani menzionati – Rizzi, Dal Maistro, Mason, Barbisotti, Bartolucci, Tiboni – sono confratelli con i quali ho interagito, collaborato, discusso e a volte anche… litigato sui lineamenti teologici e metodologici della nuova missione emergente dopo la fine del colonialismo e il concilio Vaticano II.

Profonde trasformazioni sono state imposte non da capricci teologici ma da una storia politica, sociale, culturale, economica e religiosa in totale evoluzione. Giovanni XXIII aveva salutato la fine del colonialismo come «un segno dei tempi» (Pacem in terris, 38). Evento positivo, pregnante di regno di Dio da accogliere con speranza, a cui adeguarsi liberandosi da tutto ciò che poteva essere considerato frutto e reliquie di un tempo irreversibilmente passato.

Tanti missionari, anche alcuni di quelli menzionati sopra, fecero una enorme fatica ad aprirsi alla visione di papa Roncalli. La paura che la missione fosse travolta dal collasso del colonialismo era molto più diffusa di quanto non si pensi.

La primavera del Vaticano II

Il concilio aveva aperto le finestre – secondo Giovanni XXIII – a una nuova primavera e a una ventata di aria fresca. Io sono figlio di tale ondata di novità! L’apertura al futuro fa parte della mia identità cristiana e missionaria oltre che essere costitutiva del documento carismatico di Daniele Comboni: il Piano per la rigenerazione dell’Africa. Qui a Nairobi, nel contesto universitario (Università cattolica) nel quale lavoro dal 1992, sto elaborando e accompagnando un programma di dottorato sulla trasformazione sociale. Programma che sta avendo un impatto sociale ed ecclesiale più profondo e duraturo di quanto ci saremmo augurati all’inizio di questo percorso.

La mia formazione teologica a Roma si svolse durante gli anni del concilio. Su di me ebbero più impatto le discussioni dei padri conciliari in San Pietro – seguite attraverso bollettini e giornali e le conferenze serali organizzate da Vagaggini, Rahner, Congar, Flick, Neunhueser, De Lubac, Cullmann – che i libri di testo e le classi a cui attendevo la mattina.

Ero accorso in piazza San Pietro quella mattina dell’11 ottobre 1962, ad ascoltare il discorso di apertura del concilio di Giovanni XXIII, traboccante di speranza: Gaudet Mater Ecclesia, che invitava a esultare e a gioire perché tempi nuovi albeggiavano all’orizzonte. Annunciò che non ci sarebbe stata nessuna scomunica (anathema sit), prassi di tutti i precedenti 20 concili ecumenici per chi dissentisse dagli insegnamenti conciliari, sia dottrinali che giuridici.

Il futuro della Chiesa sarebbe dipeso dalla bellezza e dal fascino del messaggio cristiano e non dalla paura di sanzioni canoniche. Giovanni XXIII si dichiarava chiaramente in disaccordo con i “profeti di sventura” che temevano una imminente fine del mondo. La parola gioia caratterizza sia il Vaticano II che la testimonianza di papa Francesco nei nostri tempi: due papi simbolo della missione nuova! Ambedue non si identificano con la Chiesa del presente come struttura dottrinale e canonica ingessata con una liturgia romana scritta in latino da pochi esperti e poi tradotta nelle molte lingue del mondo di oggi e con una teologia greco-latina come l’ultima e definitiva espressione della fede. Due papi veramente escatologici, aperti cioè al futuro di Dio che non è mai una ripetizione di ieri e sacralizzazione del passato.

Alla primavera ecclesiale e civile e alla novità missionaria contribuiscono anche le donne, la cui presenza sia nel mondo ministeriale, missionario, politico ed economico sta crescendo esponenzialmente. Anche tale nuovo fenomeno è salutato da Giovanni XXIII come “segno dei tempi”, quindi evento carico del futuro del regno di Dio.

La scienza e la missione

Un mondo che la scienza ci dice iniziato dal big-bang (l’esplosione primordiale che ha formato l’universo) è radicalmente diverso da quello a cui eravamo abituati, fondato cioè su una concezione statica della creazione, secondo cui Dio, fin dall’inizio, aveva creato tutto nei dettagli, dalla formica, per così dire, all’uomo, secondo la lettera dei primi 11 capitoli della Genesi. La scienza ci sta aiutando a scoprire un nuovo Dio! Per conoscerlo non basta la rivelazione di Gesù. È necessaria la rivelazione del... 

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