LA RIVOLUZIONE COPERNICANA DELLA MISSIONE - DOSSIER GIUGNO 2018

Lettera del comboniano Pietro Tiboni: «Dobbiamo essere una comunità aperta»

Nato a Tiarno di Sopra (Trento) nel 1925 e morto a Lacor-Gulu (Uganda) nel 2017, padre Tiboni indirizza questa lettera probabilmente a Franco Pellegrini, che allora si preparava a diventare prete comboniano.

di Pietro Tiboni

Kitgum, 30.1.71. Caro Franz,

[...] passo ora a descrivere alcune difficoltà in cui la nostra opera missionaria è presentemente involta. La prima è la distanza e direi l’abisso che esiste tra noi missionari e gli acholi. Tale separazione ha delle cause in noi e negli acholi (etnia ugandese, ndr) stessi. Tu sai che come preti noi siamo molto clericali, che come religiosi siamo comunità chiuse pronte a dire e fare molto bene per gli altri, ma incapaci di comunione fraterna con gli altri. A questo aggiungi che siamo stranieri di razza diversa e di cultura diversa con possibilità tecniche e finanziarie.

Assommando tutto ciò potrai capire come la Chiesa si presenta come qualcosa di verticale, capace di offrire molti servizi apprezzatissimi dagli acholi, rispettabile ed ammirabile. La missione nostra è una rocca da cui discende luce e servizio per i poveri, ma da cui non si può avere comunicazione di vita. [...] Noi possiamo istruire, aiutare, guarire... ma abbiamo un’incapacità congenita di formare dei discepoli con cui condividere la vita come Cristo ha fatto con gli apostoli e gli apostoli con i loro discepoli, e anche i monaci missionari del Medioevo.

I tentativi sporadici fatti in tal senso vanno a cozzare contro difficoltà insormontabili. Esse derivano dalla nostra salute, non si resiste a una vita pari a quella della gente locale; dalla mentalità così profondamente diversa, da una struttura psicologica nostra e loro che dà origine spontaneamente a un processo di rigetto. Però mi pare chiaro che la deficienza non è solo da parte degli africani ma anche nostra, per cui anche riconoscendo l’impossibilità di realizzare le cose in modo soddisfacente non è né dovremmo dedurre un giudizio razzista, attribuendo tutta la deficienza agli altri; ma dovremmo riconoscere la nostra debolezza, fisica, morale e spirituale.

Evidentemente noi missionari reagiamo all’accusa di razzismo, neocolonialismo, clericalismo e simili nella maniera più emotiva possibile; come degli innocenti che si sentono colpiti a tradimento da quelli che hanno beneficiato (per esempio, il clero indigeno) o da altri estranei, che, venendo in Africa per poco tempo, pretendono di sputare giudizi e sentenze su uomini che hanno speso tutta la loro vita e i loro sacrifici per la missione.

Ed è certamente vero: i sacrifici dei missionari, i servizi da loro resi alla popolazione sono veramente eccezionali e superiori a qualsiasi elogio. Ma resta vero anche il resto: l’incapacità di fondare la Chiesa, la quale potrà sorgere solo con la nostra scomparsa o con un nostro molto doloroso mutamento.

Da parte degli acholi mi dà l’impressione che esiste un razzismo ancor più radicale. Essi sono pronti a ricevere e anche a...

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