LA RIVOLUZIONE COPERNICANA DELLA MISSIONE - DOSSIER GIUGNO 2018

La nuova Africa trova voce in Italia

Con l’editoriale del gennaio 1958 si chiude l’epoca della propaganda e il mensile comboniano prende con decisione la strada dell’informazione. Non senza tensioni all’interno della congregazione. Decisiva la direzione di Enrico Bartolucci che ha guidato la rivista dal 1952 al 1962.

di Mauro Forno *

La stampa missionaria rappresenta una cartina di tornasole davvero preziosa per comprendere la mentalità ancora ampiamente diffusa nel mondo missionario nel periodo considerato. A colpire è soprattutto la sua spiccata impostazione paternalistica, tesa a impressionare e coinvolgere i lettori, a commuoverli, a toccarli nel profondo.

I lettori europei non vogliono informarsi «ma divertirsi», scrivono nel 1956, nella loro riflessione sulla stampa missionaria Propagande et vérité pubblicata in Des prêtres noirs s’interrogent, due sacerdoti africani come Robert Dosseh (originario del Togo, futuro arcivescovo di Lomé) e Robert Sastre (originario del Benin, futuro vescovo di Lokossa). Per loro, le riviste missionarie sono scritte essenzialmente per far vivere ai propri lettori occidentali i momenti salienti – veri o presunti – dell’esistenza pittoresca di una strana «fauna esotica», verso cui provano al tempo stesso ribrezzo e compassione. Esse fanno per questo molto male «a tutto un popolo e alla stessa opera missionaria», perché tendono a ridurre i problemi degli indigeni a dei problemi di bambini, a degli ineluttabili accidenti, che solo i «tutori» (i missionari) o la «commissione di tutela» (il mondo cristiano europeo) sono in grado di risolvere.

All’interno di questo orizzonte, Nigrizia è una delle poche riviste che, specie a partire dagli anni Cinquanta, dimostra la volontà di avviare una riflessione autocritica sul proprio passato, cercando anche di dare conto degli sviluppi dei movimenti di indipendenza in molte colonie e dei tentativi di adattamento del cristianesimo alle varie culture (dei cammini di inculturazione della fede, per fare riferimento al neologismo coniato nel 1956 dal missionologo Pierre Charles).

Già prima dell’inizio del pontificato giovanneo, in un editoriale pubblicato nel gennaio 1958, Nigrizia scrive: «A scanso d’equivoci diciamo subito: all’Africa nuova occorre una voce nuova. Siamo orgogliosi del nostro passato, ma appunto per questo vogliamo essere degni del nostro presente. Molte cose sono oggi cambiate per quella Nigrizia che la direzione della rivista nel suo articolo programmatico del gennaio 1883 definiva “la misera schiava dell’inferno e degli uomini”. È un linguaggio questo che oggi suona falso. E nonostante la venerazione che noi abbiamo per la nostra vecchia e gloriosa rivista, non vogliamo ostinarci in una anacronistica aderenza ad una formula superata. [...] Siamo fermamente convinti che i neri senza i bianchi non potranno far molto, ma i bianchi senza i neri non potranno far niente per costruire l’Africa di domani. [...] Noi vogliamo che in Africa sorga una civiltà cristiana, ma nera, non bianca».

Una dura autocritica

Nel numero di maggio 1958, il mensile pubblicherà una interessantissima analisi – Abbiamo riso troppo degli stregoni – firmata dal futuro vescovo e vicario apostolico di Esmeraldas (Ecuador) Enrico Bartolucci, molto lucida nei contenuti e anche piuttosto stridente con i messaggi...
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