Marco Aime

L'isola del non arrivo. Voci da Lampedusa

Bollati Boringhieri, 2018, pp. 154, € 15,00

di Raffaello Zordan

Per parlarci dei lampedusani, e soprattutto per farli parlare, l’autore si fa in tre. Tre modalità di approccio che si sostengono l’un l’altra percorrendo i sentieri dell’identità isolana e scandagliando i confini geografici non meno di quelli dell’umano. Inevitabile lupus in fabula, il tema-scenario delle migrazioni.

Ecco dunque l’antropologo, il mestiere di Marco Aime, che prende le misure alle persone, agli ambienti sociali e ai ruoli per restituire riflessioni e domande. Ma quando il territorio diviene più indecifrabile e scosceso, si affaccia il narratore: con passo più leggero e allusivo, introduce connessioni e rimandi che rafforzano il testo. Il giornalista poi fa il “lavoro sporco”, cioè rimesta fatti di cronaca, numeri, statistiche, risentimenti, derive.

Nel capitolo “Essere lampedusani” così annota l’antropologo: «Una domanda aleggia sui loro discorsi, ingombrante: questa identità è un’eredità della storia o è legata agli arrivi dei barconi? Perché, che piaccia o meno, l’essere lampedusano è un concetto che negli ultimi anni è mutato; l’immagine di se stesso non può essere disgiunta da quella di chi arriva dal mare. Un’immagine indotta, modellata sui migranti che sono diventati uno specchio nel quale guardarsi e, anche se non per tutti, riconoscersi».

“Barche” è il titolo secco e quasi timido del capitoletto che ben rappresenta il piglio narrativo: «Il vento forte di maestrale fischia tra i legni, li fa scricchiolare come un tempo faceva il mare. Ciabatte, maglie, bottiglie d’acqua ancora chiuse, motori arrugginiti. Solitudine nella solitudine. Cordami penzolanti, sfilacciati, reti strappate. Senso di vuoto. Le barche hanno colori stinti. Solo l’arancione dei giubbotti di salvataggio ha resistito al lavoro del sole. Gettati a terra, inutili, sgonfi. Su uno c’è scritto un nome, a mano: Bernadette. Un nome solo che però basta a strappare dall’anonimato della fine tutti questi legni, tutte le storie che queste barche raccontano».

Di tunisini competitori nella pesca perché sganciati dalle normative europee e di come tanti pescatori isolani abbiano abbandonato le barche per vivere di turismo, sono le preoccupazioni e i rimpianti che il giornalista fa emergere nel capitolo “Dal mare, nel mare”. Enzo la spiega così: «Che io ricordi, c’erano una ventina di pescherecci, una quindicina di industrie che facevano pesce sott’olio e sotto sale. Io per vent’anni ho fatto solo pesca azzurra, si facevano sette-otto tonnellate al giorno per peschereccio. C’erano momenti in cui le industrie ci fermavano e ci dicevano: è inutile che portiate ancora pesce, stiamo puzzando! Io a dodici anni facevo i compiti a bordo. Poi sono entrati i tunisini, si sono aggiornati, si sono attrezzati e sono in tanti».

È nelle pieghe della vita ordinaria – quella fatta di comportamenti sedimentati piuttosto che di slanci eroici – che è necessario fermare l’attenzione, se si vogliono comprendere i meccanismi che fanno funzionare una comunità e che costruiscono un contesto. È il metodo utilizzato in queste pagine (che magari sono il preludio a un vero e proprio studio antropologico) ed è chiaramente frutto di un’attitudine e di una formazione all’osservazione.

Un’ultima cosa. Il testo è composto di capitoli brevi e scorrevoli che danno modo di respirare e di depositare-elaborare ciò che si è letto. C’è un’implicita richiesta di tempo, oltre la lettura. Per provare a capire Lampedusa e anche qualcosa di noi.