Branko Milanovic

Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media

Luis University Press, 2017, pp. 256, € 24,00

di Gianni Ballarini

Numeri e analisi – ma solo quelli frutto di ricerche serie e instancabili – spesso sono capaci di figliare idee forti. Spesso audaci. Quelle che emergono dall’ultima fatica dell’economista Branko Milanovic (Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianze e il futuro delle classi medie) sono sorprendenti. Talvolta urticanti. Analizzando e soprattutto elaborando una sterminata quantità di dati che rendono possibili le comparazioni a livello globale, Milanovic, già economista alla Banca mondiale, ha scritto la diagnosi più aggiornata e completa sulla peste economica che affligge le società di questo millennio: l’aumento della disuguaglianza di reddito e di ricchezza

Le domande che si è posto in questo libro sono semplici (meno le risposte): il mondo figlio della globalizzazione e della tecnica è più o meno diseguale rispetto al passato?  Chi ne sono i vincitori? E chi i perdenti? La democrazia ne esce rafforzata o indebolita? Con il proseguire della globalizzazione scomparirà la diseguaglianza? La risposta a quest’ultima domanda è un elogio al pessimismo: i guadagni dalla globalizzazione continueranno a non essere distribuiti equamente. La bilancia della giustizia sociale penderà ancora dalla parte dei vincenti di questi anni: l’1% dell’1% dell’1% dei ricchi. I super ricchi. I plutocrati. E assieme a loro saranno avvantaggiate le nuove classi medie asiatiche. 

La perdente continuerà a rimanere, invece, la classe media e medio bassa dell’Occidente. La cui eclisse è ben rappresentata dal grafico “ad elefante” di Milanovic, una curva a “s” distesa, dove la percentuale dei guadagni è sempre maggiore tra le classi medie delle economie emergenti e tra il più ricco 1% a livello globale.

È dagli inizi degli anni ’80 che la forbice si sta allargando. Gli strumenti “benigni” per arginarla, utilizzati dal dopo guerra in poi (sostanzialmente le politiche di welfare), hanno finito la loro spinta stabilizzatrice. La mobilità dei capitali, sempre più difficili da tassare, priva il tradizionale stato-nazione di risorse preziose, mentre l’emergere della manodopera a basso costo dei paesi asiatici indebolisce ulteriormente la posizione dei lavoratori occidentali. Anche le scelte politiche, poi, hanno contribuito all’esacerbarsi delle disuguaglianze. Che si ampliano all’interno degli stati. Mentre si attenuano tra i vari paesi, con segni di decrescita maggiore che si colgono dagli anni Duemila, grazie al costante sviluppo di Cina e India.

Ma l’eclissi della classe media occidentale porta con sé anche l’assottigliarsi della democrazia: «Mentre il sistema politico – scrive Milanovic – rimane democratico nella forma, perché la libertà di espressione e il diritto di associarsi sono state preservate e le elezioni sono libere, il sistema sta cominciando sempre di più ad assomigliare a una plutocrazia». Il declino della classe media ha conseguenze anche in ambito sociale. «Invece di finanziare l’istruzione pubblica e la sanità, i ricchi potrebbero preferire utilizzare i fondi pubblici per un rafforzamento delle operazioni di polizia e si sicurezza».

Si sta accentuando il separatismo sociale. E una delle conclusioni più sconfortanti a cui arriva l’economista è che con il nuovo capitalismo non prevede solo un “premio cittadinanza” (il nascere in luoghi giusti) ma anche un “premio famiglia”: il successo personale dipenderà «dal caso di nascere bene e di avere la fortuna nella vita. (…) Il nuovo capitalismo assomiglierà a un grande casinò con un’importante eccezione: a chi ha vinto qualche mano (spesso perché nato nella famiglia giusta) saranno date molte più probabilità di continuare a vincere». Un futuro che assomiglia tanto a un remoto passato.