Stefano Allievi

Immigrazione. Cambiare tutto

Laterza, 2018, pp. 168, € 14,00

di Raffaello Zordan

L’analisi accurata di un organismo sociale che appare stressato dalle migrazioni e una diagnosi non compassionevole. L’organismo si chiama Italia-Europa e presenta chiari sintomi di inadeguatezza rispetto a un’epoca, quella della globalizzazione, che è e sarà segnata in maniera crescente dalla mobilità (ci si sposta sempre di più), dalla pluralità (nazionale, culturale, etnica, religiosa…), dalla mixité (ci si mischia). Inadeguatezza che concorre al prodursi di alcune piaghe – etnicismo, localismo, ostilità verso l’altro – specie tra gli strati sociali più poveri che vivono l’immigrazione come ulteriore penalizzazione.

L’autore, docente di sociologia all’Università di Padova, ritiene che la cura capace di ristabilire un’equilibrata convivenza debba seguire un doppio percorso – investire per creare sviluppo nei paesi da cui muovono i migranti e regolamentare i flussi – e vada approntata subito, meglio se somministrata con una sufficiente dose di creatività politica.

Sulla gestione dei flussi, la buona medicina si fa almeno su scala europea creando un’agenzia della mobilità e delle migrazioni che si sbarazzi dei regolamenti di Dublino (che nazionalizza un problema che è comunitario) e attui una programmazione degli ingressi. Così si aprono canali legali d’accesso stabili, indispensabili per l’Ue che ha bisogno di forze nuove, visto che ogni anno vanno in pensione tre milioni di lavoratori e saranno 100 milioni da qui al 2050. E in più si evita di pagare paesi come Libia e Niger ai quali si è delegato il compito di contenere i migranti.

Ma chi deve entrare? Assume Allievi che la gran parte dei migranti si muove perché vuole migliorare la propria condizione attraverso il lavoro. Quindi utilizza con serenità il verbo selezionare in base a indicatori attraverso cui attribuire un punteggio (età, livello di istruzione, conoscenza della lingua…) e in relazione al numero di migranti che un’economia e una società sono in grado di sostenere senza contraccolpi. Aggiunge che questo meccanismo smantellerebbe il costoso e distorsivo apparato del riconoscimento dei richiedenti asilo e consentirebbe di accogliere con criteri universalistici chi è perseguitato.

Tale gestione dei flussi sarebbe legittimata e rafforzata da massicci investimenti europei per promuovere lo sviluppo, in particolare in Africa: nel breve gioverebbero al continente africano, nel medio-lungo sarebbero tutti a vantaggio dell’Europa. Qui forse l’analisi sovrastima la volontà politica dell’Europa di imbarcarsi in un piano Marshall e sottovaluta la capacità predatoria di tanti regimi africani sempre pronti a appropriarsi delle risorse che gli arrivano a tiro.

Testo privo di buonismo, è indicato a chi fa politica (dai consiglieri comunali in su) e al mondo delle associazioni si occupano di migrazioni.