UNA PAGINA NERA - DOSSIER MARZO 2018

Tramonta il missionario civilizzatore

Messe a confronto con la ferocia del fascismo che usa i gas contro i civili, vacillano le certezze anche dei missionari-cappellani che si identificano con il regime. Solo dopo il 1945, la reticente stampa missionaria dà spazio a testimonianze che svelano la natura dell’occupazione italiana.

di Antonio Cataldi (*)

Le repressioni indiscriminate delle truppe italiane sui civili e religiosi autoctoni, l’uso massiccio dei gas iprite e fosgene su popolazioni inermi determinarono uno stato di rappresaglia permanente tra partigiani etiopici e occupanti italiani. Sono ormai noti i massacri e le devastazioni del 1937 condotti dai generali Graziani e Maletti, su precisi ordini di Mussolini, che non risparmiarono neppure uno dei conventi simbolo dell’ortodossia etiopica, quello di Debrà Libanos, dove furono trucidate secondo stime attendibili almeno duemila persone, tra monaci, diaconi, giovani novizi e pellegrini laici.

Benché in un contesto così problematico, aggravatosi con l’ingresso dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale, o grazie a questo, tra i missionari italiani si fece faticosamente strada una nuova consapevolezza del proprio ruolo di evangelizzatori, che si identificava sempre meno con la vecchia idea del missionario civilizzatore-coadiutore dell’azione colonizzatrice. Un’evoluzione sofferta, generata da un ineludibile confronto con una realtà mai pacificata e sempre più brutale, dal rapido e inatteso sgretolamento di quell’occupazione italiana che la propaganda di regime aveva dichiarato invincibile.

Iniziò cioè a dissolversi quell’idea trionfalista della missione che aveva portato non pochi missionari a essere attivamente coinvolti nelle strategie politico-militari del 1936-41, come avvenne per diversi missionari della Consolata, o per il sacerdote domenicano Reginaldo Giuliani, tutti decorati con le più alte onorificenze militari italiane.

Missionari-cappellani militari si ritrovarono a essere testimoni di gravi violenze perpetrate dai reparti militari presso cui erano assegnati. Pensiamo alle «grandi operazioni di polizia coloniale» svolte nel governatorato dell’Amhara: i numerosi civili arrestati, spesso non avevano la possibilità di essere processati presso il tribunale di Gondar, perché venivano fatti annegare nel lago Tana. Episodi che dovevano restare segreti, secondo precisi ordini governativi.

A supporto di questa prassi, vigeva una totale censura della corrispondenza, in cui ogni eventuale riferimento a perdite subìte dagli italiani o anche solo dagli ausiliari ascari eritrei, veniva prontamente cancellato. Per questo i...

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