UNA PAGINA NERA - DOSSIER MARZO 2018

Missionari tiepidi con il razzismo

Il fascismo con la legge del 1937 decise una politica di netta separazione tra «il popolo conquistatore» e «i nuovi sudditi dell’impero». Un bel problema per la missione universale della Chiesa cattolica, che tuttavia tese ad adeguarsi.

di Antonio Cataldi (*)

Il decreto legge Lessona del 19 aprile 1937 (Alessandro Lessona è stato ministro delle Colonie e poi ministro dell’Africa italiana) vietava i matrimoni interrazziali. Fu la prima legge segregazionista italiana, voluta da Mussolini, che veniva applicata quasi come un esperimento nelle colonie. Una legge che dopo la fine della Seconda guerra mondiale sarebbe stata presto dimenticata, grazie alla strategia dei nostalgici colonialisti-nazionalisti che avrebbero contribuito ad affermare una visione eminentemente positiva dell’esperienza coloniale italiana.

Vescovi e clero missionario, fatte pochissime eccezioni, usarono molta prudenza nel criticare apertamente questa legge, evitando dichiarazioni ostili alla politica razzista del regime. Anzi molti di loro la considerarono un deterrente all’eccessiva disinvoltura con cui coloni e soldati italiani intrattenevano relazioni sentimentali saltuarie o stabili con donne indigene, nonostante quasi tutti avessero in Italia moglie e figli.

Nel concreto la norma fu applicata soprattutto nei confronti di operai e piccoli impiegati italiani, e più in generale verso chi non aveva protezioni politiche, quando invece la maggioranza delle alte cariche civili e militari continuò tranquillamente le proprie relazioni sentimentali con persone del posto, senza temere alcuna sanzione.

L’assenza di critiche da parte dei missionari era dovuta in parte a quel particolare momento, in cui gli istituti missionari italiani assumevano la giurisdizione dei nuovi territori ecclesiastici cattolici dell’impero etiopico. Ciò avrebbe comportato l’elargizione di fondi e sussidi governativi per le nuove attività missionarie che sarebbero state avviate. Lo stesso Mussolini aveva promesso al delegato apostolico Castellani la copertura di tutte le spese per la costruzione di chiese cattedrali in ogni capoluogo delle nuove circoscrizioni ecclesiastiche cattoliche.

Pertanto su questa legge la Santa Sede espresse soprattutto dichiarazioni miranti a riaffermare la dignità universale degli esseri umani. Anche se ne riconobbe un certo ruolo “pedagogico”, nonché la facoltà dello stato italiano di regolamentare o impedire le unioni matrimoniali «ibride», come evidenziato da un documento del cardinale prefetto della Congregazione dei sacramenti, il cardinale Domenico Iorio, su indicazione di Pio XI, in cui si incoraggiavano i missionari a coadiuvare il governo in quest’azione disciplinare, seppure «nei giusti limiti».

No alle messe separate

Dal 17 al 21 dicembre 1937 ad Addis Abeba si svolse la prima adunanza dei responsabili delle missioni cattoliche dell’Aoi (quasi tutti vescovi) composta da: Giovanni Maria Emidio Castellani delegato apostolico per l’Africa orientale italiana e arcivescovo di Addis Abeba, Giacomo Leone Ossola vicario apostolico di Harar, Costanzo Bergna prefetto apostolico di Dessié, Pietro Villa prefetto apostolico di Gondar, Gabriele Arosio prefetto apostolico di Neghelli, Bartolomeo Bechis prefetto apostolico di Adigrat, Luigi Santa vicario apostolico di Gimma, Venanzio Filippini vicario apostolico di Mogadiscio, Chidanè Mariam Cassa primo vescovo eritreo cattolico di rito etiopico-ghe’ez, assente il vicario apostolico dell’Eritrea per i cattolici di rito latino Giangrisostomo Marinoni.

Discutendo del decreto Lessona, preferirono soffermarsi su alcuni problemi di carattere pratico. Ad esempio, deliberarono la celebrazione di liturgie separate per bianchi e neri. Quelle riservate agli autoctoni sarebbero state officiate... 

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