UNA PAGINA NERA - DOSSIER MARZO 2018

La fede italianizzata

All’espansionismo coloniale ha fatto seguito quello religioso, pianificato da una speciale commissione vaticana. Coinvolti anche gli istituti religiosi, comboniani compresi. Discriminati il clero locale e i missionari non italiani.

di Antonio Cataldi (*)

La campagna bellica di Mussolini contro l’impero d’Etiopia (1935-36) fu preceduta e accompagnata da un vasto consenso dell’opinione pubblica italiana. Anche molti rappresentanti del clero e dei vescovi, già all’indomani del Concordato lateranense (1929), si erano pronunciati a favore delle aspirazioni colonialiste del regime, appoggiando quel conflitto armato che il governo presentava come la necessaria vendetta per le brucianti sconfitte subite dall’Italia nell’ultimo scorcio del XIX secolo a Dogali e Adua. Tale determinazione filo-nazionalista non fu una caratteristica della sola Chiesa italiana, ma una tendenza generalizzata delle gerarchie ecclesiastiche dei paesi europei coinvolti nella colonizzazione dell’Africa, che coniugavano facilmente l’annuncio evangelico ai popoli “pagani” con l’espansionismo coloniale.

Nel maggio 1936, non appena l’Italia occupò Addis Abeba e i principali centri etiopici (che il fascismo presentò come conquista dell’intera Etiopia), la Santa Sede iniziò a progettare un vasto programma di fondazione di nuove missioni e di ampliamento di quelle già esistenti sul suolo etiopico. Nelle regioni non cristianizzate del sud e dell’est avrebbe diffuso il rito latino-romano, mentre nei territori dell’antica Abissinia ortodossa (dove grazie all’occupazione italiana avrebbe cercato di espandersi senza più la tradizionale ostilità dell’aristocrazia abissina) avrebbe diffuso quel rito etiopico ghe’ez, elaborato alla metà dell’Ottocento dal missionario lazzarista Giustino de Jacobis, con l’obiettivo di includere parte dell’antica tradizione ortodossa etiopica nella Chiesa latina.

Nel febbraio 1937, Pio XI affidò la realizzazione di questo programma a una speciale commissione composta da tre dicasteri vaticani: la Congregazione degli affari ecclesiastici straordinari, presieduta dal segretario di stato Eugenio Pacelli; la Congregazione di Propaganda Fide, presieduta dal cardinale Pietro Fumasoni-Bondi, responsabile delle missioni nei territori non ancora evangelizzati del sud e dell’est etiopico, caratterizzati da una diffusa presenza islamica; e la Congregazione per la Chiesa orientale presieduta dal cardinale Eugène Tisserant, per i territori ortodossi del nord e del centro Etiopia. La commissione affrontò problematiche complicate, quali la suddivisione della sfera di influenza tra Propaganda Fide e la Congregazione per la Chiesa orientale, nonché l’istituzione e l’affidamento di nuove circoscrizioni ecclesiastiche in Africa orientale a una serie di istituti missionari.

 

Istituti in competizione

Innanzitutto i francescani cappuccini, i missionari di san Vincenzo de’ Paoli – noti anche come lazzaristi – e i missionari della Consolata, cioè i tre istituti missionari fondatori della missione cattolica in Etiopia in epoca moderna. Istituti che in varia misura avrebbero dovuto accettare modifiche, riduzioni e adattamenti in quei territori nei quali erano presenti dalla metà del XIX secolo. L’appello fu rivolto anche ad altri istituti: ai Figli del Sacro Cuore di Gesù di Verona (come allora erano chiamati i comboniani), ai sacerdoti secolari del Pime di Milano, nonché a diverse province religiose italiane dei frati cappuccini e minori. Chiesero inoltre di essere inviati anche una trentina di istituti religiosi femminili, molti dei quali si candidavano alla gestione di asili e scuole, all’assistenza ospedaliera e all’attività pastorale presso i connazionali italiani. Alcuni istituti femminili si resero disponibili a intraprendere attività pastorali anche presso la popolazione locale.

La commissione inoltre non poteva evitare di trattare con il governo italiano che, sull’esempio di altri governi coloniali, aveva richiesto la sostituzione di tutto il personale missionario non italiano presente in Etiopia e nella neonata Africa orientale italiana (Aoi). Si trattava soprattutto dei lazzaristi francesi del vecchio vicariato d’Abissinia e dei cappuccini francesi del vicariato apostolico dei Galla, come il vescovo di Harar André-Marie-Elie Jarosseau (che era stato anche educatore del giovane ras Tafari, il futuro Hailé Selassié I), noto in Europa per le sue critiche alla campagna militare fascista ai danni dell’Etiopia.

Per la Congregazione per la Chiesa orientale e Propaganda Fide la divisione del territorio etiopico in circoscrizioni ecclesiastiche fu un’operazione complessa, perché ciascun dicastero cercava di assicurarsi la massima influenza possibile. E poi, i diversi istituti missionari a cui venivano affidati quei territori, manifestavano richieste, proposte e rettifiche, a volte difficili da soddisfare. Come ad esempio per le tre missioni fondate dal Massaja – Endeber, Uasserà e Dobbò – a cui i cappuccini non volevano rinunciare, e che vennero invece affidate ai missionari della Consolata; o per la fondazione della prefettura apostolica di Neghelli, istituita da Propaganda Fide con l’obiettivo di mitigare le pretese dei cappuccini e dei missionari della Consolata sull’Etiopia meridionale.

 

Le denunce dei religiosi etiopici

Altra questione molto delicata. Da diversi anni, Propaganda Fide e Congregazione per la Chiesa orientale ricevevano dall’Etiopia e dall’Eritrea, ma anche dal Pontificio collegio etiopico in Vaticano, lettere di denunce da sacerdoti, suore e seminaristi locali, che lamentavano conflitti, privazioni e discriminazioni inflitte loro da diversi missionari.

Già nel 1927 la Santa Sede aveva inviato in Africa orientale l’arcivescovo francese Alexis-Henri-Marie Lépicier a ispezionare le missioni dei cappuccini italiani in Eritrea e quelle dei lazzaristi francesi nell’impero etiopico. L’inviato pontificio tenne un atteggiamento ambivalente: in Eritrea rilevò più volte un comportamento discriminatorio dei cappuccini italiani verso preti e seminaristi locali; in Etiopia invece non nascose il suo compiacimento per come i lazzaristi francesi svolgevano le loro attività, a suo dire ben disposti e aperti al dialogo e alla convivenza con il clero autoctono.

Alla Congregazione per la Chiesa orientale Lépicier indicò una serie di soluzioni migliorative, a cominciare da una più equa distribuzione delle risorse economiche tra missionari e religiosi locali. Ma riscontrò anche l’isolamento e l’intolleranza che i cattolici subivano dai loro connazionali ortodossi, per cui vivevano concentrati in alcuni villaggi suddivisi in zone ortodosse e cattoliche. Nel vicariato dell’Eritrea, i cattolici risiedevano soprattutto nei territori di Akele Guzai e di Scimezana, dove aveva lavorato Giustino de Jacobis. Nella regione dei bileni, una piccola popolazione a maggioranza islamica, ortodossi e cattolici vivevano abbastanza integrati.

Più in generale, i cattolici del posto risentivano l’influsso dell’antica tradizione ortodossa abissina da cui provenivano i loro antenati. È il caso della pratica di lunghi digiuni e astinenza dalle carni “impure”, da cui sia i preti cattolici autoctoni sia i frati cappuccini facevano molta difficoltà a dissuaderli, anche perché spesso usavano mezzi autoritari e sbrigativi.

La Congregazione per la Chiesa orientale cercò di attuare qualche riforma, tra cui un migliore trattamento economico dei preti locali e l’istituzione nel 1930, nonostante la contrarietà dei cappuccini, di una circoscrizione cattolica di rito etiopico-ghe’ez, che venne affidata al primo vescovo cattolico eritreo, Chidanè Mariam Cassa. Ma le tensioni tra clero autoctono e missionari, nonché tra studenti e superiori cappuccini del Collegio etiopico in Vaticano, non diminuirono. E così nel 1932 la Congregazione per la Chiesa orientale inviò in Eritrea ed Etiopia il delegato apostolico dell’Egitto, monsignor Valerio Valeri, che ispezionò anche la nuova circoscrizione di rito etiopico.

Valeri non faceva mistero delle sue simpatie per il fascismo, e non diede molto ascolto alle lamentele dei religiosi locali. Uno dei suoi obiettivi era quello di difendere a priori l’operato dei cappuccini, in particolare di Celestino Annibale Cattaneo, vicario apostolico dell’Eritrea, alquanto screditato dalla relazione di Lépicier di cinque anni prima e dalle lettere dei preti e seminaristi del posto giunte alla Congregazione per la Chiesa orientale. Anzi, nella sua relazione finale Valeri non si soffermò sulle problematiche segnalate dal Lépicier (nel frattempo divenuto cardinale), che classificò come fantasie distorte degli autoctoni o frutto della loro suscettibilità.

Questo suo intento normalizzatore non placò l’apprensione degli ufficiali della Congregazione per la Chiesa orientale, visto che clero e seminaristi locali avevano ripreso a scrivere lamentando il perdurare di tante situazioni incresciose, dal cibo scarso e di cattiva qualità, alla mancanza di libertà. E ora non facevano più pervenire le loro missive direttamente a Roma, ma solo tramite il vescovo Cassa.

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