UNA PAGINA NERA - DOSSIER MARZO 2018

Aperta ostilità del clero etiopico

Fatta eccezione per alcuni missionari anomali, come il comboniano Pio Ferrari e il cappuccino Angelico da None, che avevano sempre lavorato per la gente, dal 1941 alla fine della Seconda guerra mondiale il clero italiano è avversato. Si distingue in questo il vescovo eritreo Chidanè Mariam Cassa.

di Antonio Cataldi (*)

Tra la fine del 1941 e il 1943, la maggior parte dei sacerdoti, suore e fratelli missionari furono deportati in Eritrea, mentre alcuni di loro furono rinchiusi in alcuni campi di concentramento organizzati dai britannici in varie località dell’Africa orientale, oppure inviati in Rhodesia del Sud, Sudafrica, India e Australia, dove condivisero la sorte di decine di migliaia di militari e civili italiani imprigionati.

I missionari godettero in genere di una relativa libertà di movimento e di migliori condizioni di vita rispetto a quelle degli altri prigionieri italiani. Il che permise loro di svolgere un servizio di assistenza spirituale e materiale ai prigionieri. A volte i britannici trattennero nelle missioni le suore che già lavoravano negli ospedali, come accadde alle sedici suore francescane di Cristo Re che svolgevano servizio infermieristico all’ospedale di Dessiè.

Nella prefettura apostolica di Dessiè, i cappuccini organizzarono servizi di assistenza ai coloni italiani ridotti in miseria. Chiesero e ottennero dai britannici di svolgere un servizio di assistenza spirituale e materiale per i prigionieri italiani rinchiusi nei campi di concentramento di Kombolcià e Tità. In alcuni casi i cappuccini furono accusati dai britannici di furti e appropriazioni indebite, o di nascondere armi e munizioni nelle loro case o sotto il pavimento delle chiese, come accadde allo stesso vescovo di Dessiè, mons. Costanzo Bergna, negli ultimi mesi del 1941. Ne ebbe molto a soffrire e, ammalatosi di tifo, morì 45 giorni dopo.

I missionari furono spesso i soli a negoziare con i comandi britannici, visto che la gran parte dei governatori e funzionari coloniali italiani preferirono restare defilati o nascosti, evitando di coinvolgersi nell’assistenza dei propri connazionali in difficoltà. E, almeno nel caso del governatorato dell’Harar, riapparirono solo quando si materializzò la possibilità di gestire somme considerevoli destinate ai profughi italiani.

Da gennaio a marzo 1942, nel campo di concentramento di Dire Daua si verificò una terribile epidemia che provocò la morte di 170 bambini italiani, quasi tutti sotto i tre anni. A questa strage contribuirono la denutrizione e la precaria assistenza sanitaria del campo, ma secondo i cappuccini di Harar ciò avvenne anche per una decisa indisponibilità del comando britannico a fornire assistenza.

I britannici furono sempre vigili anche nei confronti dei missionari. Temevano che potessero compiere azioni di spionaggio a favore degli ultimi sparuti gruppi di soldati italiani che resistevano in qualche zona dell’Etiopia. Con questo timore, dopo la Pasqua del 1942 fecero internare le suore salesiane di Dire Daua, in attesa di rimpatriarle, e al loro posto misero le suore francescane di Maria.

Pan per focaccia

Numerose furono anche le violenze dei partigiani abissini contro le popolazioni etiopiche che avevano collaborato con gli italiani, come i sidamo del sud e i galla dell’est, antichi oppositori e sottoposti al gruppo dominante degli amhara. Nella regione sidamo, le bande di miliziani amhara e dei loro alleati arussi svolsero una serie di spedizioni punitive contro i loro antichi servi-schiavi, che avevano osato pensare una vita diversa e più libera durante l’occupazione italiana. I sidamo furono derubati di gran parte delle loro mandrie di bovini, molte loro donne rapite e fatte schiave o sfruttate sessualmente.

Per molti dei giovani scampati alle rappresaglie furono riaperti gli antichi mercati di schiavi, aboliti durante l’occupazione italiana. I pochi cappuccini ancora presenti nel Sidamo assistettero...

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