L'AFRICA E' DI MODA - DOSSIER FEBBRAIO 2018

Moda, faccenda serissima

Nelle culture subsahariane sono rilevanti la presentazione sociale del corpo e il valore assegnato ad abiti e ornamenti. L’arte dell’abbigliamento è una chiave per comprendere le diverse realtà. Una creatività spesso piegata a logiche e interessi occidentali.

di Stefania Ragusa

Il fashion system internazionale, ossia l’industria che a ritmi sostenuti sforna tendenze, collezioni, miti, modelle e soprattutto produce un vortice di denaro, da qualche anno ha preso a interessarsi alla creatività e all’estetica africane. Stilisti affermati hanno portato i tessuti tradizionali sulle passerelle e testate prestigiose hanno realizzato numeri monografici consacrati al black style (qualsiasi cosa un’espressione così vaga possa significare).

In Europa, ma anche negli Usa e addirittura in Australia e Nuova Zelanda, vengono regolarmente organizzate Africa fashion week. Quelle del continente (Ghana, Nigeria, Mozambico…) attraggono ormai facoltosi sponsor internazionali. Si moltiplicano intanto le mostre e le iniziative, più o meno profit, volte a promuovere industria, cultura e bellezze locali attraverso la moda. Tutto questo movimento non può stupire. Il giro d’affari del settore è stimato da Euromonitor International, nota società di ricerca, in oltre 31 miliardi di dollari. E, secondo gli addetti ai lavori, il potenziale di crescita è enorme. Come vedremo nel corso di questo dossier, nuove tecnologie, social network ed e-commerce si stanno rivelando formidabili veicoli di diffusione.

Considerare la questione solo in termini di business, magari modellato e orientato da interessi di stampo neocoloniale, rischia però di essere fuorviante. Perché, a prescindere da questi (che ci sono e fanno la loro parte), nelle culture subsahariane la presentazione sociale del corpo e, quindi, il valore assegnato ad abiti e ornamenti rappresentano elementi caratterizzanti e dinamici, che nel tempo sono andati incontro a varie trasformazioni, mantenendo però sempre una innegabile centralità.

Come nota l’antropologa Giovanna Parodi da Passano (cfr. Africa e Mediterraneo n°85), a dispetto dei pregiudizi sulla frivolezza della moda e sull’immobilismo africano, molti studi hanno evidenziato il protagonismo sociale dei tessuti e la rilevanza delle forme e delle pratiche dell’abbigliamento per comprendere sia l’azione sociale sia il sistema politico all’interno delle realtà africane.

Con il carico delle sue contraddizioni, la moda è in Africa dunque una faccenda serissima. Fornisce sorprendenti chiavi di lettura per il passato e il presente. Ma richiede di essere maneggiata con cura, consapevolezza e attenzione.

Omaggio o saccheggio?

Ai lettori di Nigrizia il nome dirà poco, ma il francese L’Officiel nel panorama fashion internazionale è un magazine di peso. Nel 2016 ha scelto di dedicare il numero di settembre interamente all’Africa. “Gang of Africa. Black Beauty Matters”, il titolo di copertina. Regia editoriale affidata a Jenke Ahmed Tailly, designer di origine ivoriana e senegalese, che si divide tra Parigi e New York e veste persone celebri come Kim Kardashian e Beyoncé. Poteva essere una bella occasione per parlare davvero della creatività e dell’estetica del continente, facendo dialogare mondi collegati, ma che spesso faticano a capirsi. Le cose sono andate diversamente.

Non ci sono stati scivoloni razzisti, a differenza del 2011, allorché nel corso di un’operazione simile, proprio Beyoncé si era fatta fotografare con il viso dipinto di nero, sul modello del cosiddetto blackface. L’immagine dell’Africa che ne viene fuori, leopardata e/o drappeggiata in wax (la stoffa stampata a cera prodotta in Europa e diffusa in tutto il continente) è apparsa tuttavia ugualmente convenzionale e lontana dal fermento che caratterizza e diversifica il qui e ora del mondo subsahariano.

La giornalista Prisca Munkeni Monnier, dalle pagine di Le Monde Afrique, ha fatto notare che «più che la moda africana è stata messa in scena la visione che di essa mantiene l’Occidente». Nessun servizio fotografico “locale”, nessuna cronaca dalle African fashion cities contemporanee, nessuno spazio ai designer emergenti, solo stylist in cerca di esotismi e modelle e modelli americani, messi in posa in situazioni da safari o, per contrasto, da upper class della Grande Mela.

Sfogliando le pagine patinate dell’Officiel sembrava davvero di trovarsi di fronte a una gang of Africa, ossia una banda impegnata a saccheggiare il continente sul piano delle immagini e delle idee. Ahimè, accade spesso. Molti omaggi alla bellezza africana, visti da vicino, si rivelano plagi o appropriazioni indebite. Significativa la recente polemica che in Sudafrica ha visto vari designer opporsi al brand Louis Vuitton, accusato di avere sfacciatamente copiato disegni e grafismi delle coperte dell’etnia basotho del Lesotho, trasformando quei capi tradizionali in referenze di lusso e riproponendo le fantasie tipiche in camicie, pullover e altri indumenti costosi ed esclusivi. La stilista di Johannesburg, Maria McCloy, ha fatto notare: «Anche gli africani sono artisti e creativi. Queste creazioni non sono vuote, non possono venire tutti qui e appropriarsene a piacimento. Non si tratta di prendere ispirazione. Ci sentiamo sfruttati culturalmente e trattati senza rispetto».