Margo Jefferson (Traduzione di Sara Antonelli)

Negroland

66thand2nd, 2017, pp. 266, € 16,00

di Raffaello Zordan

Un bastione di ricchezza e di privilegi può indurti a fare il tuo compitino sociale senza troppe sbavature, secondo le regole dell’élite afroamericana, e a confondere i privilegi con i diritti. Ma quel bastione è anche un punto di osservazione sulla società nera di successo, con i suoi riti d’integrazione e di posizionamento, col suo senso di rettitudine, con i suoi opportunismi. Ecco allora che s’insinua l’aspro sospetto che l’intera partita della dignità e dell’appartenenza al genere umano sia truccata – dai bianchi come dai neri – e che quindi vada trattata senza indulgenze, soprattutto verso se stessi.

Ed è quello che fa l’autrice, nata a Chicago nel 1947 «da una coppia attraente, soddisfatta della propria vita e delle proprie conquiste», proponendo un singolare reportage autobiografico sul mondo di Negroland, che è appunto l’upper class nera, e sui Negri che lo popolano. E usa la parola Negro, con la maiuscola iniziale, perché «ha dominato la nostra storia e trovo che sia una parola sbalorditiva, illustre e terrificante».

La penna è gentile e tagliente, l’argomentare colto e preciso, talora le pagine hanno cambi di ritmo improvvisi e spiazzanti. Non a caso Margo Jefferson si è occupata per anni di critica letteraria e teatrale per Newsweek e The New York Times, vincendo nel 1995 il Pulitzer per la critica.

Fin dall’infanzia, la parte in commedia di Margo inizia scricchiolare quando chiede alla madre se la famiglia appartiene alla classe elevata e ottiene di rimando: «Ci consideriamo Negri della classe elevata e al contempo americani dell’alta borghesia. Ma per la maggior parte della gente noi siamo “Negri come tutti gli altri”». Quindi, nonostante la rispettabilità acquisita da generazioni, succede che Wally, il facchino bianco della lavanderia, sempre così gentile quando consegna gli abiti a domicilio, se incontra la madre di Margo al supermercato fa finta di non vederla per evitare di rivolgerle la parola.

Eppure le ragazzine Negre adolescenti devono essere inappuntabili a scuola (meglio se eccellenti), sentirsi benvolute, progettare il guardaroba in relazione al colore della pelle (fulvo, ambra, bronzo, nocciola, cioccolato, nero, nero con sfumature blu…) ed essere pronte a mascherare i presunti difetti. Così i capelli crespi, come quelli di Margo e della sorella Denise, vanno stirati con il pettine bollente e domati con applicazioni giornaliere di apposite creme.

Ma non è sufficiente per evitare del tutto una doppia menomazione. Margo si sente menomata tra i bianchi e menomata tra i Negri «che mi trovano socialmente inetta a causa di una sovrabbondanza di comportamenti e interessi indotti dai bianchi».

Più che i movimenti contro la guerra in Vietnam e le Pantere Nere, saranno il femminismo e i diritti dei gay a mettere definitivamente in crisi l’integrazionismo di Margo.