Igoni Barrett

Culo nero

66thand2nd, 2017, pp. 249, € 16,00

di Fabrizio Floris

Una mattina qualsiasi Furo Wariboko si sveglia e scopre «che anche i sogni possono smarrire la strada e riapparire dalla parte sbagliata del sonno». In un sogno che non vuole finire c’è solo lui. Apre gli occhi ed è bianco, un oyibo fatto e finito. Furo è traumatizzato dal nuovo colore della sua pelle, ma si avvia verso un importante colloquio di lavoro. Corre veloce per non incontrare vicini e conoscenti, ma quando si avvicina alla piccola pikin ha un sussulto al sentirla strillare: «Niente paura, basta piangere, le dice la mamma, è solo un oyibo». Gli sguardi lo seguono ovunque: i passanti si fermano a squadrarlo, gli scolari lo indicano con il dito ai loro compagni, le donne interrompono le loro faccende, ma il peggio sono gli schiamazzi che lo accolgono davanti al piccolo negozio dov’è solito comprare. Nessuno lo riconosce.

Furo impara presto a camminare con schiena dritta e passo regolare, a tenere gli occhi bassi e l’espressione assente, a ignorare gli sguardi fissi, le battutine. E vive sulla pelle l’essere considerato un capriccio della natura. Arriva in tempo al colloquio di lavoro e il responsabile non riesce a credere che esista un nigeriano bianco: «Non può essere!». Alla fine viene assunto come direttore marketing, ha un buono stipendio, e per lui gli ottantamila naira non sono solo soldi, sono libertà.

Il problema adesso è trovare un posto dove dormire, non può tornare a casa, ma, nel contempo, non ha il becco di un quattrino e poi è “uno straniero” senza documenti. La notte anche le chiese sono chiuse perché «i ladri di Lagos non temono il Signore». Si acquatta in un vecchio fabbricato abbandonato su un cuscino di mattoni e si riempie di schiaffi in faccia per allontanare le zanzare. Il giorno seguente si trascina in un bar della Lagos bene e si accorge degli sguardi indifferenti, nessuno lo nota, passa finalmente inosservato!

Qui conosce la bellissima Syreeta che decide di ospitarlo gratuitamente finché non inizierà a lavorare. Fa una vita agiata, non si riconosce più come Furo Wariboko, ma «è cambiato più nel carattere che nell’aspetto» e ha un legame con il passato come quello tra l’adolescenza e l’età adulta. Per segnare questo passaggio decide di cambiare nome, ora è Frank Whyte. Il suo essere bianco-nigeriano gli permette di trovare facilmente lavoro e gli garantisce uno sguardo inedito su ciò che lo circonda: una nazione che divora i suoi figli.

In Nigeria le case sono fortezze coronate di muri di cemento e schegge di vetro, spuntoni di metallo e filo spinato. I generatori che ruggiscono a ogni ora del giorno e della notte sono la conseguenza di una pubblica amministrazione e di un governo dove ognuno pensa a sé stesso: ognuno è giudice e boia, ognuno è re in casa sua, ogni casa una nazione sovrana e ogni nazione si procura da sola difesa, elettricità e acqua. E le città non sono altro che milioni di stati in guerra tra loro. Perciò rimangono solo la metamorfosi e la fuga.

L’autore, nato a Port Harcourt (Nigeria) nel 1979, è al suo primo romanzo, dopo aver pubblicato due raccolte di racconti per le quali nel 2005 ha vinto il Bbc World Service short story competition. Un buon esordio, nella scia (ma ancora lontano) dei maggiori romanzieri nigeriani contemporanei. Il testo crea una melodia, come una canzone che ti arriva, mentre cammini per la strada, da qualche casa lassù lontana. E sei felice.