Patrice Nganang

Mont Plaisant

66thand2nd, 2017, pp. 412, € 20,00

di Fabrizio Floris

È la storia di Sara, una bambina offerta in sposa al sultano Njoya nell’anno 1931 prelevata da uomini con l’elmetto i cui «modi di fare erano quelli di un agente coloniale così come di un farabutto, se non di entrambi allo stesso tempo».

È la storia della presenza coloniale in Camerun che passa dalla “tutela” tedesca a quella francese e inglese. C’è la storia delle origini del nazionalismo camerunese. È una storia di frammenti eterogenei, echi di innumerevoli vite di cui Sara, ormai vecchia, è depositaria. È anche una storia di come si raccontano le storie intrecciando fatti reali e fantasia.

Nella storia c’è Bertha che prepara alle nozze decine di giovinette da dare in spose vergini al Sultano, anche se spesso si trova il modo di bypassare l’esame perché «le ragazze di Yaoundé non hanno mica le dita tra le gambe per contare gli uomini che sono passati di lì».

È la storia del sultano Njoya esiliato dai francesi perché in contatto con i tedeschi all’epoca della Prima guerra mondiale. Un personaggio ambivalente che vive in esilio nei pressi Yaundè in «un quartiere che non ha niente da offrire, se non i volti familiari di una città privata del futuro», ma qui fonderà Mont Plaisant una città che è una scuola di artisti, dove creerà una scrittura, una lingua letteraria, scriverà un libro sulle tradizioni dei bamun e manderà i suoi allievi a «rubare la lingua ai bianchi». Nganang, romanziere e poeta, studioso dell’epoca coloniale, mette così in discussione la versione ufficiale della storia camerunese secondo cui la storia inizia negli anni ’50, con la battaglia per l’indipendenza. Inoltre, lo fa scegliendo un personaggio non amato né dai colonialisti perché rifiutava il cristianesimo, né dai futuri leader indipendentisti perché era troppo “tribale”, distante dalla modernità nazionalista.

È la storia di Joseph Ngono, padre di Sara che vive e insegna a Berlino dove un giorno viene picchiato a causa del colore della sua pelle. È qui si scopre la storia della presenza africana dei primi del ’900 nelle capitali europee.

È più di tutto la storia di Sara che diventa Nebu, cioè Bertha (la mammana che prepara le ragazze al matrimonio) che vede in Sara suo figlio scomparso. L’anima del figlio perduto era migrata nelle forme e nel corpo della bambina. Bertha ridarà a Sara un vocabolario – «non voglio più parole fangose intorno a me» - necessario per una vera trasmissione genealogica del sapere. Più di tutto la storia della natura dell’amore tra madre e figlio. La storia di una madre che perde il figlio unico, evento che non ha un vocabolo adatto per essere nominato: se perdi il marito sei vedova, se un figlio perde la madre è orfano, ma se una madre perde un figlio?

Nebu resterà tale per due anni fino al giorno in cui in mezzo alla città il Sultano scoprirà l’inganno: le seicento ottantuno mogli di Njoya non gli avevano insegnato a riconoscere una donna. Una metafora per scoprire la storia nascosta del Camerun e la storia di ognuno dove il tempo è un caleidoscopio in cui passato, presente e futuro entrano ed escono dalla vita. Eventi passati possono riecheggiare, persone che non ci sono più possono essere sentite come presenti. È una storia che rivela le verità nascoste che il Sultano non percepiva. Una storia di mille racconti che vuole essere la storia di un luogo: un sacco che custodisce tesori da cui si tirano fuori falsi e gioielli, le cose più pesanti stanno sul fondo, ma al fondo del fondo c’è l’amore.