Eliana Augusti, Antonio M. Morone e Michele Pifferi (a cura di)

Il controllo dello straniero. I “campi” dall’Ottocento a oggi

Viella, 2017, pp. 248, € 29,00

di Jessica Cugini

L’adozione di campi come spazi delimitati in cui vengono rinchiusi uomini e donne, detenuti senza aver commesso alcun reato, è un fenomeno trasversale in diverse parti del mondo e relativamente recente, risale a fine ’800, inizi del secolo scorso. Le esperienze sono le più diverse, ma per tutte il termine è univoco, fa riferimento al “campo”: campo di internamento, concentramento, detenzione, smistamento.

Fino ai più recenti “campi profughi”, strumento di contenimento di movimenti migratori, e, ovviamente poi, ai nostri Cara (Centri di accoglienza richiedenti asilo), Cda (Centri di accoglienza), Cpt (Centri di permanenza temporanea), Cie (Centri di identificazione ed espulsione) oggi Cpr (Centri per il rimpatrio). Tutte sigle che non contengono la parola “campo”, ma il cui significato di senso è il medesimo: produrre «la separazione assoluta del vivente e del parlante» rispetto alla società esterna alle mura. Così come a rimanere uguale è l’aspetto detentivo. In nome di una giustificazione emergenziale dettata dall’“invasione”, in questi campi governativi la vita è limitata e sospesa per un periodo definito per legge ma mai rispettato nella realtà.

I primi campi nascono durante le guerre coloniali (Cuba, Sudafrica, Namibia, per dirne alcuni), il fatto che si espandano all’Europa dei primi del Novecento è perché hanno con essa un rapporto, condividono cioè la medesima visione di un potere inteso come strumento di controllo di masse non criminali concentrate in un luogo dove si fa venir meno la libertà e i diritti, sancendo in questo modo una separazione degli indesiderabili rispetto al resto del contesto da cui si vuole escluderli.

I focus sui campi presentati nel testo sono diversi, spaziano dall’Europa all’Africa senza dimenticare l’organizzazione dei campi di concentramento in Libia, creati dal regime fascista tramite Rodolfo Graziani, tra il 1930/40, e funzionali al controllo delle popolazioni cirenaiche e alla sconfitta delle resistenze locali. E si punta anche a trasformare della popolazione nomade, dedita alla pastorizia, in braccianti e lavoratori generici a basso costo, funzionali alla colonizzazione agricola italiana.

Costituisce poi discorso a sé stante lo spazio sociale che le realtà africane sono state capaci di creare nei sovraffollati campi rifugiati, trasformatisi da non-luoghi di contenimento a luoghi dove l’emarginazione si riorganizza. Contesti, pensati come accampamenti temporanei, assumono l’aspetto di siti urbani, in cui nascono società altre, dove spesso l’elemento nuovo e diverso dell’aiuto umanitario va a soffocare le rivendicazioni di autonomia dei rifugiati e, in nome di una protezione, finisce per controllare e mantenere uno status quo che mette in una posizione (ancora) di subalternità chi vive nei campi.