SUMMIT GIA' SCRITTO - DOSSIER NOVEMBRE 2017

Squilibrio

Gli accordi post Cotonou sono a scadenza. E pochi paesi africani hanno sottoscritto gli Ape, che prevedono l’abbattimento graduale di ogni barriera doganale. La verità è che negli ultimi 3 anni a trarre vantaggi è stata solo l’Europa, che ha aumentato le sue esportazioni verso 5 delle 7 aree commerciali in cui sono divisi gli ACP.

di Stefano Squarcina

Ormai ci siamo: gli Accordi di Cotonou che regolano l’insieme delle relazioni politiche, economiche, commerciali e di cooperazione allo sviluppo tra l’Unione europea e 79 paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) scadranno il 29 febbraio 2020. Ma le parti in causa stanno già affinando le rispettive posizioni in vista dei negoziati sul rinnovo del trattato, che cominceranno nell’agosto 2018. L’Europa intende sfruttare l’occasione per imporre, anche in modo unilaterale, nuove misure di applicazione delle disposizioni già esistenti su migrazioni e accordi commerciali, mentre gli ACP accordano una importanza strategica al volume dei futuri finanziamenti alla luce della Brexit e delle sue possibili conseguenze di bilancio.

Flussi migratori

Sulla gestione dei flussi migratori gli accordi in vigore per il periodo 2000-2020 sono rimasti di fatto lettera morta, sebbene l’art.13 di Cotonou dica che «la questione è oggetto di un profondo dialogo nel quadro del partenariato ACP-Ue. Ciascuno stato Ue accorda ai cittadini ACP, che lavorano legalmente sul suo territorio, un trattamento privo di qualsiasi discriminazione basata sulla nazionalità per quanto riguarda le condizioni di lavoro, di trattamento economico e di licenziamento (e viceversa, ndr). Le parti convengono che ciascuno stato ACP accetta il rimpatrio dei propri cittadini presenti illegalmente sul territorio di uno stato membro Ue e li riammette sul proprio territorio su richiesta di detto stato membro senza ulteriori formalità (disposizioni identiche esistono anche nell’altro senso, ndr).

Su richiesta di una parte, sono avviati negoziati per concludere, in buona fede e nel rispetto delle disposizioni pertinenti di diritto internazionale, accordi bilaterali che stabiliscano obblighi particolari per la riammissione e il rimpatrio dei loro cittadini. (...) Le parti convengono di garantire che qualsiasi procedura di rimpatrio degli immigrati illegali nei rispettivi paesi d’origine rispetti i diritti e la dignità delle persone interessate». Tali disposizioni sono rimaste sostanzialmente inapplicate: l’Ue non accetta la richiesta ACP di negoziare accordi bilaterali bilanciati per il rimpatrio dei migranti illegali e insiste su quella parte dell’art.13 che lo evoca «senza ulteriori formalità». Mentre gli ACP non intendono essere i «buttafuori dell’Europa» ed evidenziano le gravi discriminazioni di cui sono oggetto i loro cittadini in territorio Ue.

Nel frattempo, il clima politico-culturale europeo nei confronti delle migrazioni si è fatto... 

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