Francesco Gesualdi, Gianluca Ferrara

La società de benessere comune. Rivoluzione personale e cambiamento sociale

Arianna, 2017, pp. 196, € 9,80

La diagnosi è netta. Il sistema economico incentrato sulla crescita è arrivato al capolinea. È insensato predicare, come fanno le odierne élite, che si può crescere all’infinito in un pianeta dalle risorse finite. Disoccupazione, indebitamenti, disuguaglianze, guerre e devastazioni ambientali sono il lascito del neoliberismo. Le nostre società coltivano l’individualismo e sono genuflesse all’ideologia del mercato. Sono infelici e insicure perché vanno smarrendo il senso di comunità e lo spirito di condivisione.

La cura è piuttosto articolata, attenta alle cose essenziali (tempo, diritti, inclusione), preoccupata dei bisogni e della libertà di ciascuno, fatta di ingredienti che si chiamano dono, scambio, autoproduzione. Propone di transitare dall’economia dell’abbondanza all’economia del limite, ma lo fa senza dogmatismi: non prevede che il mercato sia messo completamente fuorigioco, non demonizza il rinnovamento tecnologico. Una cura che per funzionare richiede la partecipazione di tutti.

Ecco quello della partecipazione è il punto più problematico della cura elaborata dagli autori: Gesualdi che da decenni si occupa di nuovi modelli di sviluppo e Ferrara, analista dei fenomeni economico-sociali. Già oggi ci sono in Italia miriadi di gruppi e associazioni che aggregano cittadini, perseguono obiettivi di cambiamento, incentivano la partecipazione, ma non riescono a modificare l’agenda della politica. Anzi, quando entrano troppo nel merito di problemi gravi – pensiamo al commercio delle armi e alle politiche di difesa – vengono tacciati di essere delle “anime belle”.

Dunque invocare la partecipazione di tutti va bene ma è necessario spiegare come si può fare. Dentro i partiti o a fianco o contro? Attraverso un solo partito-movimento (quello che c’è ora in parlamento ha già dato prova dei limiti della democrazia diretta…)? Oppure si pensa a un percorso extraparlamentare che – in virtù della mobilitazione costante, nonviolenta e assai intelligente di una fetta di popolo – cambia i connotati alle istituzioni e al paese? Gli autori sostengono che non è più tempo di deleghe a economisti, imprenditori e politici: è necessario progettare dal basso. È un’ipotesi percorribile? Bisognerebbe che la cosiddetta società civile battesse un colpo…

Dopo di che questo «manuale di istruzioni per costruire una società del benessere comune» mantiene intatta la sua validità e individua bene le ragioni che ci hanno confinato nel ruolo di «consumatori solitari» con basi etiche, culturali e spirituali sempre più inconsistenti.

Nella prima parte si smonta il mito della crescita in tre passaggi. Non è perseguita per dare lavoro: viene sbandierata per dare maggiori garanzie ai creditori dello stato. È iniqua perché, all’insegna della concorrenza internazionale, abbassa i salari e fa crescere i profitti. Ha un impatto ambientale insostenibile: in Cina, ogni anno, 2500 kmq di terre arabili si trasformano in deserto.

La seconda parte indica, con dovizia di particolari, i criteri costitutivi del progetto del ben vivere: ristrutturazione del debito, sovranità monetaria, fiscalità progressiva, servizio civile obbligatorio, reddito di cittadinanza. Si prevede, un’economia di comunità a tre comparti: il domestico, il collettivo e il mercato. I primi due basati sul lavoro d’uso, il terzo sul lavoro salariato. Naturalmente serve un salto culturale che metta al centro i legami sociali. (R.Z.)