Vittorio Croce

Guglielmo Massaja

Effatà, 2017, pp.144, € 14,00

Da quando, lo scorso 2 dicembre 2016, papa Francesco ha firmato il decreto di “venerabilità” del cardinal Guglielmo Massaja (Nigrizia, febbraio 2017), la figura del missionario cappuccino di Asti che ha percorso il XIX secolo, in una lunga e attivissima esistenza, è stata fatta oggetto di un rinnovato interesse. Prova ne è anche quest’opera del prete astigiano Vittorio Croce, teologo e ricercatore della storia locale, tra cui appunto quella sul missionario in terra d’Etiopia, certamente uno dei più grandi missionari italiani dell’Ottocento.

Ma missionario Massaja lo diventa un po’per… caso, quando papa Gregorio XVI eresse nel 1846 il vicariato apostolico dei galla (oromo) in Etiopia, nominando il Massaja (su indicazione di padre Venanzio da Torino, ministro generale dell’ordine dei cappuccini) primo vicario apostolico. Ha 37 anni e obbedisce, formulando «il voto di spendere tutto il resto della sua vita “fino alla morte” per la “missione estera”, tutto solo in vista della “salvezza delle anime”». Sarà anche esploratore, medico, agricoltore, scrittore, comunicatore e diplomatico, ma senza mai dimenticare che è in Etiopia come missionario. Impegnato a inculturare il messaggio del vangelo in una cultura estranea al mondo occidentale. Di qui la profonda ferita che risente di fronte al rifiuto romano del suo catechismo galla/oromo. E curioso anche nei confronti di un islam che, già un secolo e mezzo fa, vede come rivolto alla conquista culturale e territoriale del mondo. (E.B.)