Zimbabwe / Rapporto Global Witness

Diamanti, i buchi neri del regime

Le potenti élite politiche e militari dello Zimbabwe hanno approfittato segretamente delle entrate del settore minerario del paese. Lo rivela un rapporto di Global Witness che mette a nudo la sistematica sottrazione di fondi pubblici che sarebbero stati anche utilizzati per finanziare operazioni repressive del regime del presidente Mugabe.

di Marco Simoncelli

A partire dal 2011, l’Ong britannica Global Witness ha analizzato il settore diamantifero dello Zimbabwe e ciò che ha scoperto è stato pubblicato ieri nel rapporto intitolato "An Inside Job" dal quale emerge che buona parte delle ricchezze provenienti dalle miniere statali, vengono spartite e utilizzate dall’intelligence militare (Central Intelligence Organisation) e dalle forze di sicurezza.

L’organizzazione per la difesa dei diritti umani, accusa il potere centrale di aver utilizzato i proventi dell’esportazione delle pietre preziose per finanziare l’oppressione politica attuata dal regime del più anziano capo di stato al mondo, il presidente Robert Mugabe, 93 anni, al potere dal 1980.

Secondo le prove raccolte, sarebbero stati in particolare i servizi segreti, spesso accusati di gravi violazioni dei diritti umani, a trarre profitto da tali ricchezze attraverso oscure relazioni e partnership con compagnie minerarie straniere. Dal 2010 ad oggi, lo Zimbabwe ha esportato l’equivalente di 2,5 miliardi di dollari in diamanti, ma di questi solo 300 milioni possono essere chiaramente identificati nei conti pubblici, afferma il rapporto.

Inutile dire che, dovendo far fronte ad un debito pubblico stimato in miliardi di dollari e ad un livello di infrastrutture estremamente sottosviluppato, le ricchezze generate dal settore sarebbero potute essere utilizzate per far uscire il paese dalla profonda crisi economica e sociale che sta attraversando da alcuni anni. Secondo recenti analisi fatte dal Financial Times, il bestiame sarebbe ormai usato come moneta di scambio e la disoccupazione avrebbe raggiunto il 90%. Nel paese, tre quarti della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e si stima che a causa della crisi e della siccità, circa quattro milioni di persone abbiano bisogno di aiuti umanitari.

Un traffico internazionale

Lo studio ha puntato i riflettori sui conti e sulle operazioni finanziarie di cinque delle principali società che hanno recentemente operato nella regione diamantifera di Marange nell’est del paese: Kusena Diamonds, Anjin Mining, Jinan, Diamond Mining Corporation e Mbada. Gli investigatori hanno evidenziato, in dettaglio, le misure intraprese dalle compagnie per nascondere il proprio patrimonio finanziario e le operazioni compiute, e per tenere segreti i nomi dei rispettivi proprietari e beneficiari. Per fare ciò, le imprese sarebbero state aiutate e protette dai servizi di intelligence di Harare.

L’Ong ha anche pubblicato uno schema (vedi foto a destra) che rivela le dubbie relazioni tra militari, politici e imprese minerarie private. Dal sottosuolo di Marange i diamanti sono convogliati attraverso Mozambico, Dubai e Belgio per mezzo di una complicata rete d’imprese in comproprietà, con sedi in paesi come Mauritius, Hong Kong, Isole vergini britanniche e Sudafrica. Tutte hanno una sola cosa in comune: partnership con aziende la cui proprietà risale a elementi delle istituzioni zimbabwane o dei suoi militari.

Interessante il caso dell’impresa di estrazione Anjin Mining che ha come partner alcuni membri dell’esercito assieme ad un investitore cinese, e pare abbia venduto le gemme estratte ad Anversa, in Belgio, violando le sanzioni imposte dall’Unione Europea contro i “diamanti insanguinati” zimbabwani.

Un’altra rivelazione riguarda l’impresa che ha la più grande concessione nella zona di Marange, la Mbada Diamonds. Secondo Global Witness una quota pari al 25 % di questa azienda appartiene a Robert Mhlanga, ex membro delle forze di sicurezza e stretto alleato di Mugabe.

Una vecchia storia

Il sistema è vecchio e rodato. Già nel 2010 l’allora ministro delle Finanze, Tendai Biti - esponente del People Democratic Party, all’opposizione -, aveva denunciato la "scomparsa" di 30 milioni di dollari dalle casse dello stato, derivanti dai proventi del settore diamantifero, auspicando una riforma del settore. Puntando alla nazionalizzazione, a più riprese anche lo stesso Mugabe si è lamentato del furto di risorse statali da parte delle compagnie minerarie.

Le rivelazioni di Global Witness svelano molto di uno dei settori più opachi dell’economia dello Zimbabwe, e arrivano in un periodo politico di grande tensione, vista la scadenza delle prossime elezioni presidenziali, nel 2018. Il partito da sempre al potere, lo Zanu-PF, è invischiato in una battaglia interna sulla successione di Mugabe il quale però, nonostante l’età, ha deciso di ricandidarsi dopo 36 anni di regime, contraddistinto da isolamento internazionale, crollo economico e radicali campagne di arresti arbitrari, sparizioni di oppositori, e repressione delle libertà