TATALITA - SETTEMBRE 2017

I centrafricani e l’arte di arrangiarsi

Anche se li tagli, i capelli finiscono sempre per ricrescere. Con questo detto popolare, un’amica incoraggiava i suoi due colleghi mentre percorrevano mentalmente la rubrica dei loro contatti per cercare qualcuno a cui chiedere aiuto. Un avvocato - proprietario di una stamperia, una docente universitaria - sotto contratto con il Crs (la Caritas statunitense), un ingegnere della comunicazione libero professionista.

di Elianna Baldi

Anche se li tagli, i capelli finiscono sempre per ricrescere. Con questo detto popolare, un’amica incoraggiava i suoi due colleghi mentre percorrevano mentalmente la rubrica dei loro contatti per cercare qualcuno a cui chiedere aiuto. Un avvocato - proprietario di una stamperia, una docente universitaria - sotto contratto con il Crs (la Caritas statunitense), un ingegnere della comunicazione libero professionista. Tutti e tre senza nemmeno un franco Cfa (la moneta del Centrafrica) per fare un po’ di benzina all’auto e andare a distribuire gli inviti per una importante tavola rotonda che si sarebbe tenuta il giorno dopo.

Tutti e tre vittime del sistema consolidato di non esigere subito il pagamento di una prestazione o di una consulenza: in tempi normali, questi crediti diventano come dei depositi sparsi da utilizzare per risolvere problemi imprevisti, oggi però nessuno dei loro creditori è in grado di ripagare il debito...

C'è chi dice che i centrafricani non amano lavorare o non sono abbastanza qualificati per farlo come si deve. Mi sembra una facile generalizzazione che banalizza una realtà socio-economica difficile e complessa.

Nonostante la presenza di tante organizzazioni non governative che pagano affitti da brivido, usano macchine costose e hanno un funzionamento “budgetivoro”, i soldi a Bangui non circolano tra la gente comune. Inutile parlare del 75% del paese, controllato da un numero crescente di gruppi ribelli che vivono di estorsioni, si armano e reclutano nuovi elementi sfruttando a loro piacimento le risorse del territorio. Quindi lo stato non trae beneficio dalle sue proprie ricchezze: il funzionamento degli apparati pubblici e i salari dei dipendenti pubblici sono completamente finanziati da aiuti esterni.

A Bangui sono in corso lavori pubblici su larga scala finanziati soprattutto dall’Unione europea e dalla Cina. Imprese straniere subappaltano il lavoro. Un amico imprenditore centrafricano preferisce restare senza lavoro che entrare in un meccanismo perverso che gli procurerebbe più problemi che benefici: la grande impresa non condivide le spese del cantiere ma, dopo un primo piccolo versamento in denaro, fornisce ogni tanto del materiale, obbligando l’imprenditore locale a vendere il materiale per poter pagare i suoi operai.

Ed è per questo che i lavori durano un’eternità. Da mesi dobbiamo attraversare due quartieri per raggiungere l’accesso alla strada principale, che prima distava appena 500 metri. Si sviluppano sistemi paralleli di autofinanziamento, come quello del manovratore della ruspa che vende la terra pubblica ricavata dallo scavo di un canale e che la gente usa per fare mattoni. Questa terra, riversata lungo muro di cinta della casa delle missionarie comboniane, costituisce una scala di facile accesso per i ladri. E i giovani che abbiamo pagato per livellare il terreno sono stati minacciati dai compratori di terra.

Anche coloro che hanno dei negozietti lungo la strada fanno fatica a sopravvivere dopo mesi di traffico deviato. Chi denuncia l’inefficacia o l’incapacità dell’amministrazione o del governo, è censurato o addirittura accusato di preparare un colpo di stato.

Tutti sopportano ingiustizie e soprusi con calma, pazienza e un po’ di immediata rassegnazione, ma convinti che un giorno la ruota girerà per il verso giusto e i capelli rasati ricresceranno.