5 DIRITTI CAPITALI: DIRITTO ALLA VITA - DOSSIER SETTEMBRE 2017

Dove colpisce il carnefice

Le condanne a morte hanno avuto una impennata grazie alla Nigeria. Mentre le esecuzioni sono riamaste stabili, con l’Egitto in testa alla classifica. Si allunga tuttavia la lista dei paesi abolizionisti per tutti i reati, oggi 19. Lo dice il rapporto di Amnesty International sull’uso della pena capitale nel 2016.

di Ilaria Sesana

Avrebbe avuto diritto a presentare una domanda di grazia e chiedere una perizia psichiatrica per stabilire se fosse capace di intendere e di volere. Ma Patrick Gabaakanye è stato impiccato il 25 maggio dello scorso anno nella prigione centrale di Gaborone (Botswana), senza che nessuna delle due richieste fosse tenuta in considerazione dalle autorità locali. Persino i familiari del 65enne, condannato a morte per omicidio, hanno saputo solo a cose fatte che la sentenza era stata eseguita, tra le proteste delle locali associazioni per i diritti umani e dell’ambasciatore dell’Unione europea, Alexander Baum.

Difficile pensare a un caso più emblematico di quello di Gabaakanye quando si affronta il tema della pena di morte in Africa. Perché la sua storia dà un corpo, un volto e un nome alle statistiche continentali sul tema. Numeri ancora allarmanti. In base ai dati dell’ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato lo scorso aprile, nell’anno 2016 sono state pronunciate 1.423 condanne a morte. Almeno 64 quelle eseguite. Un conteggio parziale, perché nelle statistiche non risultano quei casi che non è possibile confermare ufficialmente, e due paesi, Libia e Sud Sudan che, a causa dei conflitti in corso, non hanno fornito dati attendibili.

Nel 2016 sono stati 5 i paesi africani – Botswana, Egitto, Nigeria, Somalia, Sudan – ad applicare la pena di morte (lo stesso numero del 2015), mentre il numero di condanne eseguite è sostanzialmente stabile, passando dalle 66 del 2015 alle 64 del 2016.

Ma a schizzare verso l’alto, nel 2016, è stato soprattutto il numero di sentenze emesse: passate dalle 1.090 del 2015 (anno in cui però venivano conteggiate anche le sentenze in Libia e Sud Sudan) alle 1.423 dell’anno scorso. Pesante il ruolo avuto dalle autorità giudiziarie della Nigeria, che hanno inflitto 527 condanne. Più del doppio rispetto all’Egitto (237) e oltre tre volte quelle del Camerun (160), rispettivamente secondo e terzo paese in questo indice drammatico.

Non è un deterrente

È salito così a 1.979 il numero dei detenuti nei “bracci della morte” della Nigeria, il più popoloso paese africano. Un numero che però non ha indotto a un mutamento di politica in materia. Al contrario, all’inizio del 2017, il giudice capo dello stato federale del Delta, Marshal Umukoro, ha suggerito che i governatori – a cui spetta l’ultima parola – rispondano al sovraffollamento delle carceri accelerando il ritmo delle esecuzioni. Un provvedimento simile, a suo parere, servirebbe anche da deterrente. Ma sono i fatti a smentire la convinzione del giudice nigeriano: i sequestri di persona continuano a essere centinaia ogni anno, sebbene...

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