Antonio Benci

Il prossimo lontano

Unicopli, 2016, pp. 345, € 19,00

di Fabrizio Floris

La storia di una generazione: la prima che va in Africa per dare anziché per prendere. Una storia che si innesta nello spirito degli anni ’60, nella grande effervescenza e nel sogno di un cambiamento possibile. Una lettura per capire come nasce la solidarietà internazionale e quindi cooperazione allo sviluppo in Italia. L’autore è dottore di ricerca all’Università degli studi di Venezia e coordinatore di una ong che si occupa di infanzia abbandonata.

C’è la grande storia che spinge, i movimenti d’indipendenza che giungono a buon fine in tanti paesi, il concilio Vaticano II, l’enciclica Populorum progressio. È una generazione che anziché guardare al ’68 rivolge lo sguarda all’altro, non è solo contro, ma soprattutto per. Nascono gruppi di appoggio alle missioni, collette, emergono le voci di riviste come Nigrizia.

Giovani che pensano di andare a risolvere i problemi del Terzo mondo e della fame nell’arco di pochi anni perché vivono in un clima di grande entusiasmo, di protagonismo che è proprio di quel tempo: sono anni di impegno, virtus, sforzo, in cui le idee fanno la storia attraverso le gambe e le mani di giovani, si mettono in viaggio per dare forma agli ideali. Ma dopo pochi anni arriva un primo scock culturale: l’aiuto necessario al sud del mondo non è quello che si era immaginato.

Allora si mette tutto in discussione anche l’idea stessa di aiuto e si teme di essere «volontari organici alle classi dirigenti». «L’azione del volontario, proprio perché inserita in un contesto in cui chi comanda è oppressore, rischia inevitabilmente di diventare sostegno al regime di potere dei paesi in cui si svolge. Si vuole offrire agli sfruttati una possibilità minima che renda più sopportabile il loro sfruttamento. Si vuole che il loro inserimento avvenga con le regole del sistema stesso. Lo sforzo di ogni progetto di sviluppo regionale o locale è permeato da questa sola preoccupazione: smussare quelle contraddizioni troppo acute che mettono in pericolo la credibilità e la sopravvivenza del sistema».

C’è la paura di essere degli “erodiani” che fanno il gioco dei dominatori, degli occupanti, come Erode con l’impero romano. Domande sane che non portano a un ritiro dagli ideali, ma a una focalizzazione degli interventi di cooperazione sulle cause della povertà e non solo sugli effetti (oggi si direbbe sull’impatto).

Emergono leader carismatici come l’Abbé Pierre, Raoul Follereau, Hélder Câmara. Le loro parole trascinano a occuparsi dei grandi temi: la fame, il disarmo, lo sviluppo. «Noi, diceva Follereau, i giovani di oggi, noi siamo i responsabili del mondo del 2000. I Grandi ci dicono di conquistare; noi, invece, noi, vogliamo amare; I Grandi ci insegnano ad ammassare; noi, noi vogliamo donare, ci è stata finora celata l’esistenza di un mondo che ha fame, che soffre senza sapere fin dove né perché. Noi vogliamo essere utili ai poveri del mondo. Noi non vogliamo più, fatti grandi, fare la guerra. Noi stiamo bene, non ci manca nulla, mangiamo quando sentiamo appetito e dormiamo nel nostro letto, mentre 400 milioni di ragazzi nel mondo vivono nella morsa di grandi sofferenze. Noi, i giovani di oggi, ci sentiamo responsabili del mondo del 2000».

Emergono figure di volontari come Gino Filippini e Annalena Tonelli. Il dibattito e il confronto mettono in discussione il semplice aiuto in favore della ricerca di uno sviluppo integrale, ma permane l’idea che l’impegno per i poveri non sia una semplice scelta, ma un dovere: il prossimo non è mai lontano per chi sa farsi prossimo.