Giorgio Musso

La caserma e la moschea - Militari e islamisti al potere in Sudan

Carocci, 2016, pp. 216, € 23,00

Un’opera densa, impegnativa, zeppa di informazioni e di collegamenti che aiutano a colmare le lacune di storia e di politica che spesso si riscontrano anche tra coloro che si occupano di Sudan a tempo pieno.

L’autore, ricercatore di storia contemporanea all’Università per stranieri di Perugia e studioso di storia del Sudan e dell’Egitto, si avvale di documenti originali e di un lavoro sul campo condotto a più riprese tra il 2006 e il 2011 per ricostruire il percorso del regime islamista che da quasi trent’anni governa il Sudan. Unico esempio nel mondo arabo di un movimento islamista, appartenente al ceppo dei Fratelli Musulmani, che abbia preso il potere e lo abbia mantenuto così a lungo. Si faccia mente locale su ciò che è avvenuto in Algeria nel 1992, quando l’esercito intervenne e annullò le elezioni vinte dal Fronte islamico di salvezza. O alle vicende più recenti in Egitto, con l’avvento del militare al-Sisi e la defenestrazione di Morsi.

L’analisi muove dal colpo di stato che nel 1989 ha portato al comando lo sconosciuto brigadiere Omar Hassan el-Bashir: niente di nuovo per il paese che aveva già conosciuto due golpe militari nel 1958 e nel 1969. Questa volta però avviene in virtù di un’alleanza inedita tra i militari e gli Ikhwan, islamisti guidati da Hassan al-Turabi (1932-2016) che ha avuto un ruolo forte per un decennio prima di essere estromesso dalle stanze del potere.

L’esperimento islamista in Sudan, secondo la chiave di lettura di Giorgio Musso, non poteva prendere corpo senza un’alleanza con i militari, i quali soprattutto negli ultimi 15 anni hanno prevalso e dato vita a «una forma di governo improntata a un autoritarismo di tipo burocratico-militare».

Al-Turabi e i suoi non sono cioè riusciti ad essere “l’alternativa” nel mondo arabo e a imporre l’ideologia egemonica che è l’essenza stessa dell’islamismo e che, secondo il pensiero gramsciano, ha due aspetti costitutivi: la direzione morale e intellettuale della società civile (ma l’islam ideologicizzato di al-Turabi era estraneo alla maggioranza dei sudanesi) e il dominio della società politica.

Non si può non concordare con ciò che afferma in prefazione Gian Paolo Calchi Novati, storico dell’Africa e maestro di tanti africanisti, che ci ha lasciati lo scorso 2 gennaio: «Non è più tempo di dedicarsi all’Africa solo come pretesto di parlare d’altro (luogo di investimento e ricchezze per alimentare il mercato mondiale, il petrolio, la “sicurezza” dell’Occidente e da ultimo l’ondata migratoria che attraversa il Mediterraneo alla volta dell’Europa). Questa è un’opera scientifica che può tornare utile anche alla politica italiana in Africa: un’occasione perché si parli del continente senza sottacere le difficoltà ed evidenziando nel contempo l’andamento profondo di vicende che hanno in Africa il proprio “cuore duro” e che devono trovare in Africa i rimedi giusti». (R.Z.)