Gaël Faye (Traduzione Mara Dompè)

Piccolo Paese

Bompiani, 2017, pp. 208, € 16,00

di Fabrizio Floris

Burundi, bambini che giocano, scherzano, fanno domande. Qualcosa non va nel piccolo paese e il papà prova a rispondere. Parla di hutu, quelli bassi con il naso grosso, di tutsi quelli alti con il naso sottile, di twa (i pigmei) quelli che non contano niente. Così i bambini al mercato giocano a individuare quali sono gli hutu e i tutsi e scoprono che ci sono bassi e grassi con il naso sottile, alti con il naso grosso e il gioco va in tilt. Poi in classe durante la proiezione di Cyrano de Bergerac un loro amico sentenzia: «Guardate, con quel naso è per forza un tutsi».

Gabriel è un bambino di dieci anni che vive con il papà francese e la mamma rwandese a Bujumbura la capitale. E questa sua origine mista gli consegna uno sguardo particolare sulla realtà e i punti di vista. La mamma si sente sempre una straniera mentre il papà si sente a casa. Qualcosa incombe, iniziano ad arrivare i morti, ma sono solo episodi: l’infanzia e i giochi continuano. Finché in un momento perduto nella memoria di Gabriel gli altri, quelli che non sono nel suo vicolo, diventano nemici e inizia la percezione del pericolo e della paura.

La sera con gli amici ascoltano la radio: in Rwanda la guerra è cominciata e i ribelli dell’Fpr (Fronte patriottico rwandese) sono in marcia verso la capitale. Siamo nel 1993 e dopo le prime elezioni democratiche vinte da un non militare Bujumbura è in festa, Gabriel compie 11 anni e quel che stava sotto la cenere da anni torna prepotentemente fuori. Le notti iniziano ad essere intervallate dal rumore degli spari: il 21 ottobre del 1993, il paese si sveglia con l’ennesimo colpo di stato. Il ritorno di una storia già vista: «La guerra senza che glielo chiediamo s’incarica sempre di trovarci un nemico. Io che desideravo restare neutrale, non ci sono riuscito. Ero nato con quella storia. Scorreva dentro di me. Le appartenevo».

Ma il peggio deve ancora venire. Nell’atmosfera sempre più cupa, arriva quella voce dal paese vicino, la radio sentenzia che tutti gli inyenzy (scarafaggi) devono morire. In Rwanda quella cosa che non era la guerra durò tre lunghi mesi. Gabriel non ricorda cosa ha fatto in quei mesi, se è stato in casa, se ha giocato o andato a scuola. Per lui il genocidio è una marea nera, quelli che non vi sono annegati sono avvelenati per sempre. È così accade alla sua mamma. «Noi viviamo. Loro sono morti. Mamma non sopportava questa idea». Gabriel non sa darsi spiegazioni sulla morte degli uni e l’odio degli altri. Per lui la guerra sta proprio nel non capire nulla.

Ritorna alla vita del vicolo, ma gli estremismi degli amici lo allontanano dal gruppo, lui vorrebbe essere neutrale, ma non è possibile. Si rifugia nei libri e con loro respira, esce dai confini del vicolo: «Il mondo si estendeva oltre, al di là delle recinzioni che ci facevano ripiegare su noi stessi e sulle nostre paure. A Buja si viveva in un’atmosfera strana né di pace né di guerra». Le violenze transitano: quando il Burundi è in “pace”, il Rwanda è in guerra; ora che il Rwanda è in “pace” tocca al Burundi seminare i morti.

Gabriel e sua sorella sono costretti a lasciare il paese. Vi ritornerà dopo vent’anni: «Pensavo di essere in esilio dal mio paese. Tornando sulle tracce del mio passato, ho capito che ero in esilio dalla mia infanzia». Il libro non spiega mai le ragioni dell’odio: sembra un assunto della natura, una geografia del luogo, non penetra nell’animo umano, non sveglia il “leone”. Per questo il bel romanzo non diventa letteratura.