Gabriel Zucman

La ricchezza nascosta delle nazioni - Indagine sui paradisi fiscali

Add, 2017, pp 141, € 15,00

di Gianni Ballarini

Il premio Pulitzer, consegnato dalla Columbia University di New York, è considerato l’onorificenza più importante nel mondo dell'informazione. Il 10 aprile scorso, per la prima volta nella storia, sono stati premiati reporter non americani. Tutti quelli che hanno fatto parte del consorzio internazionale del giornalismo investigativo Icij (in Italia alcuni cronisti dell’Espresso) per il loro lavoro sui Panama Papers: i documenti che hanno mostrato la complessa rete di società offshore usate da governi e potenti di tutto il mondo per pagare meno tasse o per occultare guadagni illeciti.

Una mega inchiesta, quindi, sui paradisi fiscali. Un tentativo di rendere massimamente trasparente un sistema che si basa sulla massima opacità.

E spesso, nonostante un sentimento di profonda ingiustizia che si prova nello scoprire questi ladrocini ai massimi livelli, si è presi dallo sconforto dell’impossibilità. Come se il capitalismo senza i paradisi fiscali fosse un’utopia.

Non è così. C’è chi crede che sia possibile arginare l’evasione fiscale di ultraricchi e grandi aziende. E non con un esercizio retorico o di buoni sentimenti. Ma con azioni concrete.

È ciò che si scopre, ad esempio, leggendo La ricchezza nascosta delle nazioni di Gabriel Zucman, le cui “sole” 140 pagine non devono trarre in inganno. «Si tratta del miglior libro mai scritto sui paradisi fiscali e su quello che possiamo fare per contrastarli», il commento entusiasta di Thomas Piketty, l’economista francese che del libro di Zucman ha vergato la prefazione.

Il libro parte da stime (per difetto) credibili sull’incidenza globale dei paradisi fiscali: detengono l’8% dei patrimoni finanziari mondiali. Nei paesi emergenti e in via di sviluppo questa percentuale è spesso più elevata. In Africa, ad esempio, Zucman stima che la quota dei patrimoni finanziari detenuta offshore sfiori il 30%. Calcoli che si basano su statistiche certe, molte delle quali non erano mai state prese in considerazione.

Ma quali azioni concrete si possono attuare? Per lo studioso francese il segreto bancario è come l’emissione di gas serra: ha un costo elevato sul mondo intero che i paradisi fiscali scelgono di ignorare. Quindi a quei paesi si possono imporre dazi commerciali, funzionali al recupero dei costi del segreto bancario. Sanzioni commerciali che hanno l’unico scopo di costringere i paradisi fiscali a collaborare.

L’altra soluzione proposta da Zucman è di creare un catasto finanziario mondiale utilizzato per il bene comune, grazie al quale le autorità fiscali sarebbero in grado di verificare se le banche stiano trasmettendo davvero tutti i dati di cui sono in possesso. Un catasto che non è affatto un’utopia, visto che registri simili già esistono ma sono frammentati e gestisti da aziende private.

Gli strumenti per mettere un argine alla voragine dell’evasione, quindi, ci sarebbero. Forse è la volontà politica che manca.