NARRACI, O WOLE - DOSSIER MAGGIO 2017

Il drammaturgo dell’Africa profonda

Con indipendenza culturale e libera creatività, Soyinka reinterpreta antichi miti africani e li mette a confronto con la tradizione teatrale europea. E ci ricorda che in Africa «ogni forma di conoscenza ha luogo attraverso una lettura della realtà vivente, in un tempo che non è lineare, non ha un principio e una fine, ma è circolare e torna su sé stesso portando con sé i morti e chi deve ancora nascere».

di Luigi Sampietro

Non so se si possa dire che uno nasce drammaturgo, ma certamente Wole Soyinka lo diventò molto presto. Nel 1952, a soli diciotto anni, e già confortato dai molti premi ricevuti nelle scuole inferiori per le sue composizioni letterarie, si era messo a scrivere racconti e drammi che furono trasmessi da una radio locale.

Dopo aver seguito alcuni corsi di letteratura inglese, nonché di greco e di storia dell’Occidente, all’università di Ibadan, Soyinka si era trasferito in Inghilterra e, all’università di Leeds, aveva avuto come professore G. Wilson Knight, un’autorità tuttora riconosciuta nel campo degli studi rinascimentali. Incoraggiato da tanto maestro e memore degli insegnamenti ricevuti da bambino da parte dei nonni – e quasi a completamento o in alternativa all’educazione cristiana impartitagli dai genitori –, Soyinka maturò l’idea di mettere a confronto o, addirittura, concertare la tradizione teatrale europea con quella degli antenati yoruba. Euripide e Shakespeare, da una parte; e, dall’altra, l’Africa degli antichi miti che i colonizzatori europei e i conquistatori islamici, allo stesso modo, avevano sempre considerato nient’altro che superstizioni e manifestazioni di un’umanità infantile che si intrattiene con dei feticci di paglia e di argilla.

Fu, quella, una svolta. E il risultato, non una collazione di frammenti o di analogie tematiche, bensì lo spalancarsi delle porte dell’immaginazione davanti allo scenario, per definizione fluido e metamorfico, della mitologia. Una ripresa dei temi di quell’Africa arcaica e invincibile che conserva un misterioso legame con le forze della terra, dove risiedono gli antenati e i bambini che devono ancora nascere.

Mondo degli spiriti

L’Africa che si mantiene viva e si rinnova di continuo e che è lontana le mille miglia, anche quando è incrostata di sangue, dalle tentazioni nichilistiche dell’Occidente, come è dimostrato dall’esuberanza delle sue manifestazioni artistiche – dalla pittura alla scultura, dal teatro alla musica – alla cui energia spirituale l’Occidente stesso ha fatto ricorso, a partire dai primi del Novecento, ogni qualvolta ha sentito il bisogno di riassestare la propria coscienza sconvolta e di ritrovare il senso profondo della propria integrità. Ogni qualvolta, in altre parole, in cui si è trovata nella condizione – impensabile in Africa – di dubitare della propria esistenza. Di pensare senza il corpo.

L’Africa è, insomma, un modo di essere – un mondo – in cui dominano gli spiriti. Ma gli spiriti sono dentro le cose. Non sono ectoplasmi. E quando nasce un bambino è l’anima di un antenato che si reincarna. «La cultura dell’Africa ? mi disse una volta Soyinka ? è sempre stata la cultura del mito. Del rito. Del rito sacro. Non però fondata sull’Assoluto. E non è mai ricorsa, per comunicare, alle astrazioni del logos, o, per usare un’altra terminologia, non ha mai preteso – se non nei momenti di krisis della comunità, quando ricorre all’intervento estatico dello stregone – che si potesse comunicare da spirito a spirito.

L’anima dell’africano non persegue l’ascesi – la perdita del corpo o “scorporeizzazione” – ma la reincarnazione. Ogni forma di conoscenza ha luogo attraverso una lettura della realtà vivente, in un tempo che non è lineare, non ha un principio e una fine, ma è circolare e... 

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