NARRACI, O WOLE - DOSSIER MAGGIO 2017

Con l’inchiostro della memoria

È nella narrazione autobiografica che Soyinka dà il meglio di sé. Restituendo mondi scomparsi in Aké. Gli anni dell’infanzia o ripercorrendo la propria combattività civile in Sul far del giorno o ancora ricostruendo l’epoca coloniale in Isarà: intorno a mio padre.

di Luigi Sampietro

Al poeta, drammaturgo e polemista – sempre vicino alla materia viva dell’attualità politica – bisogna aggiungere, e quasi sovrapporre, un Soyinka memorialista e talora romanziere, nonché saggista e studioso delle tradizioni e della cultura della Nigeria.

Ho davanti a me una vecchia fotografia in bianco e nero. Il bambino dall’aria imbronciata, e vestito di tutto punto come i fratellini e i genitori, è Soyinka. Non è il più piccolo, ma avrà sì e no quattro anni e il suo agbada – la tunica tipica dei maschi yoruba – mi riporta, sul filo della memoria, a quel libro magico che si intitola Aké: The Years of Childhood (1981; tr. it. Aké. Gli anni dell’infanzia, Jaca Book, 1984 e 1995), scritto in esilio come l’atto conclusivo di un processo terapeutico iniziato all’uscita dal carcere nel 1970, dopo la fine della guerra civile.

Rileggerne una pagina è come aprire le porte di un mondo la cui magia soltanto la scrittura, e cioè una ulteriore magia, può far rivivere: «La moglie del libraio era una delle molte mamme che avevamo: se ci avessero chiesto di votare su questa questione, lei sarebbe di sicuro risultata prima rispetto a tutte le altre, compresa la nostra mamma vera. Ma con quella sua bellezza un po’ bovina, la pelle nera come l’ebano e una bontà davvero inesauribile, lei dentro la mia testa faceva nascere pensieri inquietanti. E questo a causa del marito. Rispetto a lui, lei era enorme e, a volte, quando il libraio scompariva per delle giornate intere, io ero certo che molto semplicemente se lo fosse inghiottito. Provavo sempre grande sollievo quando ritornavo a imbattermi nella sua testa calva che si muoveva qua e là dentro la casa o in negozio. Tra tutte le donne che mi portavano sulla schiena, nessuna era sicura e spaziosa come Mrs. Bi. Era comoda, morbida e rassicurante, e anche da dietro irraggiava lo stesso senso di pace e di amabilità che avevamo avuto modo di leggerle sulla faccia. Dormivamo spesso a casa sua: Mrs. Bi mandava una serva a informare la nostra famiglia che avremmo mangiato e dormito da loro quella notte, e questo era tutto. Quando eravamo nei guai correvamo da lei e lei ci proteggeva: “No, no, no: picchiate me, piuttosto”, diceva».

In un altro libro autobiografico, You Must Set Forth at Dawn (2006; tr. it. Sul far del giorno, Frassinelli, 2007, La Nave di Teseo, 2016), e ormai lontano dal verde idillio dei giochi infantili che nella storia di Soyinka è solo un antefatto in brusco contrasto con le peripezie della vita pubblica – un paradiso perduto per sempre e inseguito nella forma di un ideale politico, di una Nigeria che non c’è –, Soyinka attribuisce il proprio agonismo civile a una certa «ipersensibilità per ciò che è giusto o sbagliato», assorbita dai genitori «insieme a una forte tendenza missionaria».

È un’enclave anglicana, infatti, la canonica di Abeokuta, la capitale dello stato di Ogun, dove Soyinka è nato nel 1934 e in cui il padre dirigeva la scuola elementare; e la madre, a sua volta convertitasi al cristianesimo, gestiva un negozio ed era molto attiva a sostegno delle donne della comunità locale, e soprattutto di bambini del vicinato e trovatelli che lavava e spulciava e accoglieva in casa pro tempore o anche per sempre.

Un piccolo mondo antico all’ombra della bandiera britannica, in cui erano peraltro vivissimi i miti e i riti della tradizione yoruba, la cui visione del mondo sarebbe...

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