NARRACI, O WOLE - DOSSIER MAGGIO 2017

Quei versi forgiati da Ogun

La sua poesia attinge alla tradizione religiosa yoruba, in particolare al culto di Ogun, divinità del ferro, del fuoco, della guerra. E da quell’universo deriva certo anche il suo coraggio nella difesa delle libertà e la sua vis polemica.

di Luigi Sampietro

Nel 1986 è stato il primo scrittore africano a ricevere il premio Nobel, ma a differenza di altri vincitori il cui nome, col passare del tempo, ricordano in pochi, Wole Soyinka è diventato un’icona del nostro tempo. Grazie anche a un aspetto – barba riccia e una criniera da capotribù – che si imprime subito nella memoria di chi ne veda la fotografia, Soyinka è un personaggio ormai famigliare ai lettori di tutto il mondo. E questo per ragioni espressamente politiche.

Nato nel 1934 in Nigeria, Soyinka è stato imprigionato due volte nel suo stesso paese: ai tempi della guerra civile, negli anni Sessanta; e, poi, negli anni Novanta, durante il regime di Sani Abacha, detto “il macellaio di Abuja”. Non è apologia di reato ma semplice dovere di cronaca ricordare che, nell’anno di scarsa grazia 1965, Soyinka entrò nella sede di una radio di Ibadan, la capitale dello stato di Oyo, impugnando una pistola, e con quella costrinse i tecnici, seduti davanti ai microfoni, a trasmettere il contenuto di un nastro, registrato in precedenza, con i veri risultati delle elezioni politiche. Non finì davanti a un plotone di esecuzione grazie a un cavillo legale e soprattutto perché i giudici dell’Alta Corte erano, all’epoca, ancora in grado di resistere agli intrighi dei politici – succeduti ai britannici (1960) – il cui motto era: “Che bisogno c’è che la gente voti per noi?”.

Qualche tempo dopo, fu di nuovo incarcerato e tenuto in isolamento. Le minacce di arresto, tortura e morte lo hanno accompagnato in tutti gli anni in cui si sono succeduti in Nigeria capi militari che hanno sguazzato in un mare di violenze e malversazioni grande almeno quanto il mare di petrolio del sottosuolo da cui nasceva il loro delirio di onnipotenza. Di nuovo incarcerato per ventotto mesi, e, a partire dal 1986, costretto all’esilio per tre volte, Soyinka fu infine condannato a morte in contumacia da Abacha.

Appassionato difensore delle libertà dell’uomo, Soyinka è tuttora sulla breccia. Lo sdegno mostrato in tempi recenti davanti alle politiche di chiusura ai migranti, messe in campo del presidente Usa Donald Trump; oppure, in tempi meno recenti, l’aperta polemica contro chi pretendeva che in tema di diritti civili i paesi africani e asiatici fossero giudicati diversamente dagli altri perché legati a tradizioni e culture diverse, non sono che passaggi di una lunga storia. Al fastidio nei confronti dei troppi professori filocomunisti quand’era studente in Inghilterra, ha fatto infatti seguito, nei decenni, la denuncia, da parte sua, delle repressioni sovietiche nei paesi dell’Est europeo e la protesta per l’invasione del Nicaragua da parte degli americani a metà degli anni Ottanta.

Insieme al coraggio, a Soyinka va anche riconosciuto grande equilibrio – e onestà intellettuale – per avere sempre ammesso la parte decisiva avuta a suo tempo dagli stessi africani nella gestione del traffico degli schiavi.

Influsso yoruba

Poeta e militante, Soyinka è una figura che, agli occhi dei vecchi europei che sappiano un po’ di storia, ricorda gli scrittori-soldato di una volta. A oggi, sono...

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