Gianfranco Calligarich

La malinconia dei Crusich

Bompiani, 2016, pp. 441, € 20,00.

di Itala Vivan

Africa mitica inafferrabile

 Una saga di tre generazioni di Crusich: nomi, questi, che rivelano l’ibridismo imperiale austroungarico con quella finale in ich che germanizza, accomunandoli, nomi veneti (Calligari) e slavi (Crusic), e che è così frequente in terra triestina.

Dalla Trieste di fine ’800 proviene infatti il fondatore della dinastia marchiato da un’intima malinconia che si perpetuerà nei discendenti, insieme al lampo gelido degli occhi grigi. Una percezione del dolore più personale e psicologica di quella che caratterizza il morente mondo absburgico di cui pure egli è espressione, e che vorrebbe alludere al «male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato». Così Gadda, naturalmente, che Calligarich sembrerebbe riecheggiare e riprendere, nel tema principale e, più fortemente, negli stilemi baroccheggianti e nella scrittura frammentata.

Trieste è dunque il porto absburgico da cui s’imbarca il capostipite Luigi, che diventerà “il Vecchio” per i sei figli e i numerosi nipoti. Il primo Crusich è giovane ma già segnato dall’inguaribile ferita di una perdita che non si rimarginerà mai, anzi, verrà trasmessa al primogenito Agostino e quindi al nipote Gino. I suoi occhi grigi come quelli del vecchio e stanco imperatore cercano un altrove dove fuggire che sembrerebbe essere l’Africa – il porto di Massaua dove comunque non arriverà mai, arenandosi invece tra gli ulivi di Corfù.

Ma intanto il profilo dell’Africa come meta mitica e inafferrabile è stabilito, e si riaffaccerà nella vita di Agostino che in Somalia andrà all’epoca della conquista italiana, portandoci moglie e figli. Strane partenze e strani arrivi, quelli dei Crusich perennemente inseguiti dal fantasma di famiglia (l’enigmatica malinconia) e alla ricerca di remoti paradisi che possano rinnovare la perduta felicità dell’Eden originario, il dorato tramonto dell’impero, «quando il mondo era ancora un posto immenso, stupendo e semplice da vivere».

I Crusich attraversano le guerre mondiali, nonché la guerra d’Africa con relativa prigionia di Agostino, e il ventennio fascista, rimanendo ancorati alla loro inspiegabile malinconia e solo superficialmente curandosi dei contesti su cui mettono i piedi. L’Africa, poi, non è che un bel cartellone pubblicitario – l’idilliaca Asmara dai bianchi edifici frangiati di palme e dalla serenità «primordiale» insidiata dai «furenti selvaggi», gli sciftà «neri come il buio della notte», «i lenzuoli bianchi a farne fulminei e furibondi fantasmi».

Ancora una volta, la narrativa italiana che tocca la nostra storia coloniale ricade in consunti stereotipi. Accanto alle sagome indeterminate degli abitanti indigeni, è solo il lavoro della colonizzazione che qui s’illumina di passione.

Indifferenti al senso tragico dell’avventura coloniale, i Crusich non sembrano nutrire passioni civili durante la dittatura fascista, nel periodo della Resistenza (qui sempre chiamata “guerra civile” e dipinta come un indistinto azzuffarsi), e infine nel dopoguerra trascorso a Milano. Insomma, non certo una famiglia di eroi né di interpreti d’un secolo tanto drammatico.

L’assenza di spessore storico viene compensata da una gran dovizia di dettagli di vite individuali, che però faticano ad animare il racconto e dopo la metà del romanzo addirittura lo soffocano in una ripetizione vuota della persistente malinconia del vivere e del morire.