Banche e commercio di armi

Esplodono i conti armati

Supera i 7 miliardi di euro il valore delle operazioni segnalate dagli istituti di credito. Al vertice, l’Unicredit con oltre 2 miliardi di euro. Sorprendente il dato della piccola Banca Valsabbina cresciuta del 764%. Lo stato, con la Sace, finisce in classifica. I paesi del Medioriente i principali pagatori (59%).

di Gianni Ballarini

Sarà la crisi economica. Sarà il nuovo applicativo (le segnalazioni invece delle autorizzazioni) utilizzato dal 2015. Sarà un’industria bellica italiana in piena espansione. Sarà tutto questo e molto altro ancora: la realtà è che con il 2016 gli istituti di credito hanno definitivamente seppellito ogni tentennamento morale per rituffarsi a corpo morto sul business delle armi.

In un solo anno il valore delle transazioni bancarie legate all’export definitivo di armamenti è passato dai 4 miliardi del 2015 ai 7,2 miliardi del 2016 (+80%), frutto di 14.134 segnalazioni, rispetto alle 12.456 dell’anno precedente. Un boom inarrestabile se si osserva la crescita rispetto a soli due anni fa: +179% (2,5 miliardi di euro, nel 2014).

LA CLASSIFICA

Dati che emergono dall’ultima Relazione al parlamento sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, 2016.

Banche sempre più armate, quindi, e pure contente di esserlo. È solo un ricordo sbiadito la stagione della quaresima disarmata, con l’impegno dei vertici di alcuni istituti di credito a dotarsi di diversi “criteri di responsabilità etica” per le operazioni di appoggio (e di finanziamento) al commercio armato. Soprattutto per Unicredit, che agli inizi degli anni 2000 si era mossa con atti interni per intraprendere un percorso di disimpegno dal business.

Oggi il gruppo guidato da Jean Pierre Mustier occupa il primo posto nell’elenco delle banche che più appoggiano l’industria bellica: oltre 2,1 miliardi di euro pari a circa il 30% dell’ammontare complessivo movimentato per le sole esportazioni definitive, con una crescita del 356% rispetto al 2015 (474 milioni di euro).  

VALSABBINA CON L'ELMETTO 

Crescita esponenziale. Ma che non è neppure, in termini percentuali, la più sbalorditiva. Al primo posto di questa speciale classifica compare una piccola banca cooperativa del bresciano: la Banca Valsabbina. In un anno le sue transazioni armate sono cresciute del 763,8% passando dai 42,7 milioni di euro del 2015, ai 369 circa dell’anno scorso. Questo istituto – che ha la sua sede a Vestone, piccola realtà della Comunità montana della Valle Sabbia, e la direzione generale a Brescia – evidentemente rappresenta un punto di riferimento per tutto il settore armiero della zona. Più di un analista ha collegato il fatto, poi, che ha sede nel bresciano, per la precisione a Ghedi, la Rwm Italia, società che produce bombe ed è controllata dal colosso tedesco Rheinmetall. Secondo le tabelle fornite dal ministero delle economie e delle finanze, nel 2016 avrebbe esportato armi per 375,4  milioni di euro.

LA SBUROCRATIZZAZIONE 

I funzionari del ministero dell’economia e delle finanze (Mef) – che ha il compito di esercitare un controllo sui trasferimenti bancari legati a operazioni in tema di armamenti – sottolineano come la riforma del gennaio 2013 abbia snellito e semplificato le procedure per gli istituti bancari.  Oggi il Mef, infatti, acquisisce in via telematica dagli istituti di credito i dati relativi allo svolgimento di transazioni bancarie attinenti a operazioni di importazione, esportazione e transito di materiali di armamento, che siano state preventivamente autorizzate dai ministeri degli affari esteri o della difesa. «In caso di mancata osservanza di tale obbligo entro 30 giorni dall’effettuazione di transazioni finanziarie connesse ad operazioni in materia di armamenti è prevista l’irrogazione di sanzioni amministrative nei confronti degli intermediari inadempienti». Non è più necessario, quindi, il passaggio al Mef per l’autorizzazione per ogni transazione. Una semplificazione accolta con grande soddisfazione e gradimento dagli istituti bancari: l’aumento delle segnalazioni ne sarebbe la prova. Una sburocratizzazione dell’iter, tuttavia, che non soddisfa le richieste della società civile, che preferiva un controllo preventivo pubblico su queste attività tramite lo strumento delle autorizzazioni.

Al vertice della classifica, dopo Unicredit, compare il gruppo Deutsche bank con oltre un miliardo di euro fatti transitare sui propri conti e con una crescita del “solo” 2,6% rispetto al 2015. Al terzo posto, invece, la banca britannica Barclays bank con oltre 771 milione di euro e con una crescita del 113,8% rispetto ai dati del 2015 (360,9 milioni). I primi tre gruppi da soli rappresentano il 57% dell'ammontare complessivo per le sole esportazioni definitive.

LE CURIOSITA'

Tre le curiosità che spiccano quest’anno. La prima: la buona posizione in classifica occupata dalle banche popolari: la Popolare di Sondrio, il Banco Popolare, la Banca popolare dell’Emilia Romagna e la Banca popolare dell’Etruria rientrano tra le prime 14.

La seconda novità riguarda la comparsa per la prima volta in classifica di due istituti finanziari giapponesi: The bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj Ltd e la Sumitomo Mitsui banking corporation.terza riguarda lo stato italiano che, in veste di arbitro e autorità di controllo, dovrebbe limitarsi a vigilare sul rispetto della legge. In realtà, anche se indirettamente, veste anche i panni del giocatore. Nella lista appare, anche in questo caso per la prima volta, la Sace Fct che è la società di factoring di Sace, la società per azioni del gruppo italiano Cassa depositi e prestiti (Cdp), specializzata nel settore assicurativo-finanziario. Cdp è controllata all’80% del Mef. Accade, quindi, che il ministero non si limiti solo a una semplice attività di acquisizione e verificare dei dati. Ma si getti nella mischia. Come una banca armata qualsiasi.

I PAESI

I paesi mediorientali, in genere, sono ottimi clienti per le aziende italiane. Hanno fatto transitare sui conti bancari del Belpaese quasi 4,3 miliardi di euro, pari al 59% del totale.

Anche per l’Africa si segnala un risultato importante, passando dai 300 milioni del 2015 ai quasi 320 milioni del 2016. È l’area subsahariana a incidere maggiormente, con una crescita del 153% (dai 42 milioni del 2015 ai 106,4 dell’anno scorso). Tra i paesi africani che hanno utilizzato maggiormente i servizi messi a disposizione degli istituti italiani spicca l’Angola con 78 milioni di euro. Nel Nordafrica il principale paese pagatore resta l’Algeria, anche se in calo rispetto al 2015 (179,8 milioni rispetto ai 216,3 del 2015).