Mussie Zerai (con Giuseppe Carrisi)

Padre Mosè

Giunti, 2017, pp. 224, € 16,00

di Luca Peloso

È una voce che si ascolta con piacere, quella di Mussie Zerai, meglio conosciuto come padre Mosè, che insieme a Giuseppe Carrisi ci conduce per mano in questo racconto di vita che è anche un frammento di storia italiana (oltreché, vista la portata degli eventi, mondiale). Un percorso che si apre significativamente con la notizia, appresa al telefono, del naufragio di Lampedusa dell’ottobre 2013, e che si chiude con puntuali riferimenti all’attualità, dal “Migration Compact” del giugno 2016 agli sbarchi degli ultimi mesi, i quali, insieme ad altri segnali non incoraggianti, lasciano presagire un’Europa e un Occidente sempre più impauriti, vecchi e incapaci di fronteggiare le sfide deflagrate dagli anni’90 in poi. Fra questi due estremi narrativi si collocano rievocazioni sui fatti salienti di una biografia.

È un libro scritto con stile piano e diretto, da cui si impara perché impastato di esperienze fatte lievitare da riflessioni semplici eppure non banali, oltre che condivisibili. Un viaggio che ci porta dentro il laboratorio umano e professionale di una persona che ha fatto della propria esistenza un ponte: tra Europa e Africa, tra Italia ed Eritrea, tra culture, fedi e appartenenze diverse; un itinerario che con parole libere e misurate include l’infanzia eritrea, la partenza per Roma e infine la Svizzera, dove attualmente padre Mosè vive e lavora.

Vengono passati in rassegna incontri e volti di ogni tipo, dalle persone comuni incontrate per via alle eccellenze del giornalismo italiano (Gabriele Del Grande, Riccardo Chartroux, Maria Luisa Busi) ai big della politica internazionale (Hillary Clinton); si racconta di fatti privati e di eventi pubblici, dai ricordi familiari all’ordinazione sacerdotale, dai lavori malpagati agli studi teologici universitari. Padre Mosè ci offre una testimonianza dove il coraggio della denuncia non si nutre mai di polemiche fine a sé stesse, bensì di passioni e ragionamenti condotti in prospettiva: in questo senso vanno letti i riferimenti al disinteresse (interessato) della politica italiana per questioni che non vadano oltre il calcolo elettorale, o le amare constatazioni sulle frequenti difficoltà di chi vuol cominciare a costruire qualcosa di solido e si sente dire: “Chi sei? Per chi lavori?”

Da queste pagine si possono trarre almeno due segnavia: il primo sul valore della speranza, perché senza questa non possono vivere né i rifugiati e i profughi che a padre Mosè si rivolgono come ultima àncora di salvezza, né tantomeno noi europei che del cinismo abbiamo fatto uno stile di vita, se non una bandiera.

La seconda concerne un monito importante: le soluzioni oggi in voga, ad esempio erigere muri, derivano dall’intolleranza o dall’incapacità di accettare un mondo sempre più complesso, che non ammette soluzioni semplici. Da questa alternativa non si esce, mentre invece dalla lettura si esce con un senso di rispetto e ammirazione