Chinua Achebe (Traduzione di Alberto Pezzotta)

Le cose crollano

La nave di Teseo, 2016, 202 pagine, € 18,00

di Fabrizio Floris

Okonkwo è un guerriero igbo di fama che giovanissimo aveva già sconfitto Amalinze il Gatto, chiamato così perché non toccava mai terra con la schiena. Lui dà lustro al suo villaggio vincendo ogni gara di lotta e questo gli permette, anche se ha solo diciotto anni, di mangiare con gli anziani perché “se un bambino si lava le mani, può mangiare con i re”. Il padre, Unoka, è un musicista pieno di debiti: un fannullone che tutti scherniscono.

Okonkwo è un uomo di guerra, ne ha combattute cinque, contro i clan dei villaggi vicini e nell’ultima guerra è stato il primo a portare a casa una testa umana. Nelle grandi occasioni, come il funerale di un uomo di spicco del villaggio, beve il vino di palma dal teschio della sua prima vittima. Il suo villaggio, Umuofia, è rispettato da tutti i villaggi confinanti. È potente in guerra e magia, e i suoi sacerdoti e stregoni sono temuti in tutto il territorio circostante.

Il villaggio ha un incantesimo chiamato agadi-nwayi, cioè “vecchia donna”: è stato attivato da una donna anziana con una gamba sola. La gente di Umuofia non inizia mai una guerra senza una ragione chiara e giusta anche perché il suo temuto agadi-nwayi non avrebbe mai combattuto quella che gli igbo chiamano una “guerra disonorevole”.

Okonkwo è forte, autoritario, soggetto a continui scoppi d’ira, ma non è cattivo. È dominato dalla paura, dalla paura del fallimento e della debolezza. La sua paura più profonda è di venire giudicato simile a suo padre: agbala (“donna”, oppure uomo privo di titoli). Il padre è così sfortunato che la mala sorte lo segue fino alla tomba, o meglio fino alla sua morte, perché non ha sepoltura. Si ammala di un gonfiore che è un abominio per la dea della Terra, chi ne soffre viene portato nella Foresta Malvagia e lì lasciato morire.

Okonkwo per crescere ha dovuto lavorare duramente, ma solo grazie al prestito di ignami del ricco Nwakibie può iniziare a coltivare il suo terreno. Okonkwo trascorre la sua vita nella quotidianità del clan finché non uccide accidentalmente un ragazzo. Deve lasciare il clan per sette anni, come vuole la tradizione e così fa. La sua casa e i suoi animali vengono distrutti e bruciati. Non c’è odio, ma è necessario perché la terra (Ani) sia ripulita dal sangue che l’ha macchiata.

Ani è la dea della terra e la fonte di ogni fertilità. Giudice del comportamento e della morale. E soprattutto, è in stretto contatto con gli antenati defunti del clan, i cui cadaveri sono stati affidati alla terra. Il mondo dei vivi non è nettamente separato dal regno degli antenati: gli andirivieni sono frequenti, soprattutto durante le festività e anche quando muore un uomo in età avanzata, poiché i vecchi sono molto vicini agli antenati. Infatti, dalla nascita alla morte, la vita di ogni uomo è una serie di riti di transizione che lo portano sempre più vicino ai suoi antenati.

In questo contesto si manifesta l’arrivo dei bianchi (quelli con il fucile) e in seguito dei missionari. I capi clan concedono loro un pezzo della Foresta Malvagia, dove sono seppelliti coloro che muoiono di vaiolo e lebbra, lì mettevano i potenti feticci degli stregoni dopo la loro morte: “solo dei matti avrebbero potuto andarci ad abitare”.

I vecchi sono convinti che i bianchi fuggiranno dopo tre o quattro giorni, ma non avviene. Così nasce la convinzione che il feticcio dell’uomo bianco ha un potere incredibile. Seguono la costruzione della chiesa, della scuola e del dispensario. Il ritorno a casa di Okonkwo, le divisioni tra la chiesa e il clan, la nostalgia di un tempo che non torna perché nel tempo c’è poco tempo. Storia, antropologia e letteratura si fondono, tutte le parola vanno “a posto”, come flussi di note, vibranti e intonate: una melodia. In quest’Africa occidentale di fine ’800, c’è tutta la saggezza degli igbo, la vita del villaggio, il clan, gli antenati, ma il maestro Chinua Achebe (1930-2013) riesce a fare qualcosa che è solo della grande letteratura: ti porta nel villaggio, sei lì mentre parlano, discutono, prendono decisioni, sei igbo. Ottima la scelta di riproporre il libro con una nuova traduzione.