LA GUINEA SIA CONDE' - DOSSIER MARZO 2017

La scommessa chiamata sviluppo

È il fronte al quale il presidente Condé affida il suo futuro politico. Progetti agricoli, ma soprattutto infrastrutturali. E i risultati, per le grandi istituzioni finanziarie internazionali, s’intravedono. Ma l’Indice di sviluppo umano resta tra i più bassi al mondo.

di Angelo Turco

Il presidente ha festeggiato all’hotel Camayenne il nuovo anno. Era in forma smagliante. Ha danzato, dispensato sorrisi. La stretta di mano con Cellou Dalein Diallo, calorosa e ostentata, conclude una serie di gesti di riavvicinamento in questi ultimi mesi con l’opposizione e il suo capo emblematico. La riappacificazione non è più solo una speranza, ma la promessa di una ritrovata intesa etnica e regionale. La stabilità di un quadro interno tra le genti peul e malinké (maninka) – e le comunità allargate, che a quelle culture appartengono o si ispirano – è premessa di ogni progetto politico che voglia fare della Guinea, bellissima e irrequieta, groviglio di civiltà, forziere di risorse naturali, un paese finalmente normale.

Nel discorso di Capodanno, col suo aspetto severo, il tono monocorde e il piglio assertivo dei suoi discorsi, il professeur Alpha Condé – PrAC, come qui è volentieri indicato – ha declinato senza enfasi, ma con la determinazione di un maglio d’acciaio, le ragioni della sua soddisfazione, come pure quelle della sua inquietudine. Per intanto, si fa politica. Nei luoghi deputati, nei palazzi del potere a Conakry, la capitale, come sempre, ma anche sul terreno, nei villaggi, per incontrare le comunità, i capi tradizionali, insomma, per costruire l’immagine di un presidente di tutti. Anche facendo appello alla comune matrice islamica, che in modo spregiudicato passa sopra a conflitti secolari tra gli altopiani teocratici del Fouta Djallon, e i bacini del Niger, del Senegal, della Gambia, di medesima religione musulmana, ma con culture politiche profondamente diverse.

Come che sia, si tratta ora di andare oltre le piccole retoriche “della moschea”, e di provare a dare sostanza politica a questa immagine di presidente di tutti i guineani, dissipando i nodi che minacciano di metterne in discussione i fondamenti. Primi fra tutti, gli appuntamenti elettorali. Groviglio spinoso, infatti, sono le elezioni comunali, rimandate e rimandate, con i sindaci e le autorità locali in perpetua prorogatio, privi di consenso popolare e, anzi, spesso sostituiti d’autorità da funzionari ministeriali e proconsoli del governo. Questa situazione crea un senso di illegittimità, alimentando piccoli ma tenaci e diffusi rivoli corruttivi sotto gli occhi di tutti e nell’impotenza generale.

Terzo mandato?

  E su questa stessa linea, si profila l’altro nodo politico, vale a dire il terzo mandato presidenziale, in violazione del limite costituzionale. Perché, agli inizi del suo secondo mandato, Condé ha sollevato la questione affermando che «solo il popolo di Guinea può dirgli quel che dovrà fare o non dovrà fare»? Perché appannare la fiducia di un popolo, vanificare in questo modo l’autorevolezza della Costituzione, facendo dell’istituto presidenziale, che pure il PrAC interpreta con dignità e passione, una fonte di sospetti, di timori, di incomprensioni?

Certo è che il fronte al quale Condé affida più ancora del suo futuro politico, la sua stessa figura storica, è quello dello sviluppo. I successi dell’economia partono dalla ripresa del dialogo con le istituzioni internazionali, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale, in primis. L’attenzione per il mondo rurale va dall’agricoltura all’allevamento, senza trascurare itticoltura e silvicoltura. Si riprendono progetti di sviluppo delle colture di piantagione, importando sementi selezionate di cacao e caffè dalla vicina Costa d’Avorio. Tutto ciò accompagna, in tono più dimesso, i fuochi d’artificio mediatico e finanziario generati dal rilancio del settore minerario: oro, ma soprattutto ferro e bauxite, di cui la Guinea è tra i massimi produttori mondiali. La diga idroelettrica di Kaléta, sul fiume Konkouré, inaugurata dal presidente nel settembre 2015, è il simbolo di un paese che, mentre supporta energeticamente la produzione industriale, migliora la qualità della vita degli abitanti, sottoposti a frequenti cadute di tensione, che lasciano al buio per giorni e giorni interi quartieri urbani e villaggi. È pur vero che la Guinea non è un buon ambiente per le imprese e fare affari è difficile. Resta il fatto che questo paese, con il suo 4% di crescita annua, appare oggi come una delle locomotive dell’Africa occidentale, meta privilegiata di investitori istituzionali e privati, che vanno dai partner tradizionalmente amici come Bolloré, alle più dinamiche economie arabe, sia maghrebine come emiratine. Senza dire della Cina e, con un ruolo che si annuncia promettente, della Turchia.

I cantieri di Condé.

Ma le politiche messe in atto da Condé perseguono un disegno più strutturale, profondo e durevole, imperniato sul ridisegno della geografia economica della Guinea. I “cantieri del presidente” rimodellano lo spazio guineano, lo modificano nella sua materialità, lo ricompongono nei suoi paesaggi, lo riassettano nella sua funzionalità. Non è tanto la visione settoriale che conta, infatti, quanto piuttosto la messa a sistema dei diversi comparti produttivi, grazie soprattutto alla rivitalizzazione delle vie di comunicazione. Strade e ponti, porti, aeroporti: la Guinea viene rappresentata nel discorso pubblico come una nebulosa densa e inclusiva di cantieri piccoli e grandi, a cui il presidente affida la sua voglia di fare, il suo senso pratico e, in definitiva, la sua credibilità. Si riaffaccia pure il sogno di una politica delle città, dove vive ormai qualcosa come il 40% della popolazione. Aree urbane come luoghi per vivere, igienicamente sani, socialmente sicuri, centri di servizi pubblici e privati, serbatoi di imprese, incubatori di creatività ed anche, perché no, entertainement machines, posti turistici dove ci si ritempra e ci si diverte.

Conakry è la vetrina dove si vince o si perde la grande scommessa della nuova territorialità urbana. Chiunque conosca la capitale della Guinea sa che stiamo parlando di uno dei posti più ostili alla vita di tutta l’Africa occidentale urbana: muoversi e lavorare, curarsi, richiedere e ottenere un certificato, recarsi in aeroporto e riuscire a prendere un volo, ma anche fare una doccia calda o accedere a skype, sono imprese a dir poco eroiche. Oggi la capitale è disseminata di cantieri, dal Porto autonomo, di cui si rinnova il terminal containers, alla rete stradale e fognaria, alla costruzione di social housing ed edifici di servizio, come il Grand marché moderne. Sorgono strutture di ospitalità di livello alto come Noom, Sheraton, Kouloum e, naturalmente, il Camayenne. Si appronta una nuova cartografia urbana, sullo sfondo di grandi operazioni di riabilitazione (o franca speculazione) urbanistica come Conakry City o Plaza Diamond o quelle legate al nuovo aeroporto internazionale dedicato al presidente Alpha Condé.

Questione sociale.

Certo, i problemi non mancano e al cuore delle inquietudini non può che esservi la questione sociale dopo ebola. La pandemia ha lasciato un paese stremato nelle carni e nelle menti. La grande tempra dei guineani, sulla costa e in foresta, sulle montagne o nelle valli, alla fine ha avuto ragione del vento mefitico della malattia, ma ha pagato un prezzo altissimo. Oggi, l’ottimismo desta stupore: la fiducia nell’avvenire somiglia troppo alla disperazione per essere davvero credibile; la progettualità dei giovani, dei capi, delle autorità responsabili è merce rara. Ebola è debellata, dicono le statistiche e le dichiarazioni ufficiali. Ma la gente sente che può comparire da un momento all’altro e che contro questo spettro non c’è nessun Sistema sanitario nazionale a fare da argine.

Poi c’è la Guinea di sempre, col suo micidiale binomio di inefficienza e corruzione. Le cose che funzionano bisogna cercarle col lanternino e, praticamente, nessuno risponde per quelle che non funzionano. Permane l’incuria per la cosa pubblica, volentieri vista come una torta da spartire, a volte seguendo alchimie rigorose che tengono conto delle camarille, delle appartenenze, delle filiere non solo partitiche, ma burocratiche, etniche, regionali. Su questa Guinea torpida, si innesta da qualche decennio ormai una Guinea torbida, fatta di connivenze che cercano di intercettare le filiere criminali internazionali, tra cui fanno spicco quelle che operano dal Sudamerica della coca, via Guinea-Bissau, e conducono alle piste nigeriane e transahariane.

In Guinea, democrazia e sviluppo non sono più solo miraggi. I grandi squilibri tra città e campagna, così come le disparità regionali, fanno parte dell’agenda di governo. Ma l’Indice di sviluppo urbano resta basso, ponendo la Guinea al 182° posto su 188 paesi. Dal suo canto, la ripartizione della ricchezza resta sperequata e più di un terzo della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta. I bambini, che già soffrono un tasso di mortalità specifica elevata, sono aggrediti dalla polio, muoiono di difterite o per il morso di un cane rabbioso. La prospettiva di vita alla nascita è inferiore a 60 anni, l’analfabetismo concerne i due terzi degli adulti. PrAC, il cammino che ti attende è lungo.