Carlo Cefaloni (a cura di)

Povertà

Città nuova, 2016, pp. 114, € 12,00.

di Raffaello Zordan

Un confronto a più voci, attraverso saggi e interviste, su tre processi che ci riguardano tutti: la crescita della disuguaglianza, l’aumento di coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta (persone che hanno difficoltà a soddisfare i bisogni primari di cibo, vestiario, abitazione: sono 4,5 milioni in Italia), l’impoverimento della classe media. Sullo sfondo, una certa preoccupazione per ciò che sta covando nella società italiana e nel mondo quanto a rabbia e populismo.

Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, individua nel modello capitalistico altamente finanziarizzato la ragione strutturale della mancata equa ripartizione del valore creato. A ciò si aggiungono l’innovazione tecnologica che «aumenta il differenziale tra le persone in base alla specializzazione» e la globalizzazione che «mette in concorrenza i lavoratori con bassa qualifica ovunque si trovino».

Per uscirne, è necessario recuperare il ruolo dello stato che dovrebbe tassare non la fase di produzione ma quella dei consumi, in particolare quei «beni che provengono dalle filiere non sostenibili dal punto di vista sociale e ambientale». Ma non basta. Ciascuno di noi, attraverso scelte responsabili, deve far maturare un percorso di economia civile e orientare strategie economiche inclusive.

Maurizio Franzini, ordinario di politica economica all’Università La Sapienza di Roma, smentisce la teoria economica tradizionale «secondo cui riducendo le disuguaglianze si abbassa la tensione alla crescita con la conseguenza che tutti stanno peggio. È invece dimostrato il contrario». Ed elenca le scelte da fare: riequilibrare i rapporti capitale/lavoro con regole severe sulla finanza, contenere i capitalismo oligarchico colpendo i super redditi, introdurre il redito minimo e la progressività delle imposte.

Alberto Mingardi, direttore dell’istituto Bruno Leoni, crede nelle virtù del libero mercato ed è convinto che sia la crescita bassa dell’Italia a bloccare l’ascensore sociale. E non si cresce perché «l’allocazione del credito è ancora oggi influenzata da criteri extraeconomici e da relazioni politiche e ciò vale tanto per le fondazioni bancarie quanto per le banche popolari o di credito cooperativo». E poi perché abbiamo istituzioni che non convincono gli investitori: giustizia lenta, tasse alte, rapporti complicati tra mondi produttivo e pubblica amministrazione.

La sociologa Chiara Saraceno ritiene che per ridurre l’impoverimento bisogna uscire dalla contrapposizione lavoro/sostegno al reddito. «Un reddito di cittadinanza universale (per tutti e non solo per i poveri) sarebbe un elemento di libertà in quanto consentirebbe di decidere quanto tempo lavorare per il mercato e quanto tempo dedicare ad altre attività, e anche i non subire ricatti rispetto alle condizioni di lavoro».

Secondo Vittorio Pelligra, professore associato in politica economica all’Università di Cagliari, «se vogliamo combattere la povertà in maniera efficace, occorre concentrarsi sulla disuguaglianza delle opportunità, sulle differenze dei punti di partenza, sulle disparità delle condizioni iniziali». Propone perciò un “piano Marshall” contro la povertà educativa. «Un investimento nella cura delle famiglie più svantaggiate, nella formazione del capitale umano, nella lotta alla dispersione scolastica precoce è un investimento in opportunità che avrebbe certamente effetti positivi sulla qualità della coesione sociale e, in definitiva, dello sviluppo».