Alain Mabanckou (Traduzione di Filippo D’angelo)

Peperoncino

66thand2nd, 2016, pp. 224, € 18,00

di Fabrizio Floris

Peperoncino è un bambino che vive in un orfanotrofio nella città di Loango (Congo-Brazzaville). Si chiama così perché un giorno, per fare un dispetto ai bulli dell’istituto, mette di nascosto, nel loro piatto una quantità enorme di peperoncino che li costringe a letto per tre giorni di fila. Il suo vero nome è Tokumisa Nzambe po Mose yamoyindo abotami namboka ya Bakoko che in lingala significa: “Rendiamo grazie a Dio, il Mosè nero è nato sulla terra degli antenati”. Pare gli sia stato affibbiato da Papà Moupelo, un sacerdote zairese che una volta alla settimana anima l’orfanotrofio con i canti e con la danza dei pigmei, «che richiede l’agilità di un felino, la rapidità di uno scoiattolo aggredito da un boa e un’incredibile rotazione delle anche».

Nell’orfanotrofio ci sono i cattivi gemelli, l’amico (Bonaventure), il severissimo direttore e i maneschi guardiani, ma anche la splendida Sabine che cura maternamente il piccolo Peperoncino. Tutto sembra procedere secondo un copione prevedibile e invece… arriva la Rivoluzione Socialista, Papa Moupelo viene allontanato e i piccoli ospiti diventano «pionieri della rivoluzione socialista del Congo». Il direttore esorta i giovani ospiti a perseguitare senza sosta i nemici della rivoluzione, compresi «i lacchè locali dell’imperialismo».

Il cambio è repentino, ma si tratta di una verniciatura: i modi di fare, scegliere e comportarsi rimangono inalterati. Così, il direttore assume i suoi tre nipoti da parte di padre e tre da parte di madre, privilegiando i primi, e tutto il personale è di etnia bembe come lui. Sempre il direttore spiega ai ragazzi che il Presidente non ha fatto un colpo di stato, che la sua è una missione liberatrice e che non ha fatto altro che ascoltare «ciò che gli antenati gli suggerivano nel sonno».

Le parole del Presidente vanno imparate a memoria e declamate perché ogni suo discorso è memorabile. «Parole da ripetere a pappagallo, mentre sogni che qualcuno ti venga a salvare», come succede a Bonaventure che ogni volta che vede un aereo pensa che sia venuto a prenderlo: «Stava lì immobile a guardarlo finché non scompariva tra le nuvole».

Il direttore è abile ad ingraziarsi il potente di turno, si muove come una banderuola, ma arriva il momento in cui l’assenza di vento lo lascia lì immobile, senza una direzione da seguire. Le ispezioni del ministero lo mandano in tilt, così Peperoncino e i terribili gemelli riescono a fuggire e arrivano a Pointe-Noire. La loro base è il Grand Marché dove dormono nei banchetti fino alle cinque del mattino, quando apre il mercato e devono sloggiare. In breve formano una banda e diventano i capi indiscussi del mercato: rubano motorini, pneumatici, portafogli e borseggiano i bianchi.

Ma la politica del sindaco di ripulire la città li spinge sempre più verso la costa, vivono nella foresta come randagi a caccia di gatti e cani per sfamarsi. Peperoncino approda nel quartiere Trois-Cents, qui conosce Mamma Fiat 500 una maîtresse benefattrice che consola di notte sia il Presidente che il suo principale oppositore. Peperoncino lascia la banda, trova un lavoro nella Compagnia del porto grazie a uno dei clienti di Mamma Fiat 500, riceve in dono un terreno, è sereno, felice, arrivato. Ma un giorno perde la memoria, non riesce a mettere in fila le parole e i suoi verbi diventano orfani come lui, seguono visite dallo psichiatra, dallo stregone e poi l’alcol fino al colpo di scena finale. E come il suo amico Bonaventure resta in attesa di un aereo che lo porti via: perché vincere la gravità non è solo scienza, ma poesia.