Valerio Bini

La cooperazione allo sviluppo in Africa - Teorie, politiche, pratiche

Mimesis, 2016, pp. 176, € 16,00.

di Fabrizio Floris

Valerio Bini è considerato troppo teorico da chi opera sul terreno e troppo conficcato nella realtà dagli accademici. Tuttavia è in grado di farsi intendere dagli uni e dagli altri. Ricercatore in geografia presso il Dipartimento di beni culturali e ambientali dell’Università degli studi di Milano e docente a contratto all’Institut d’Etudes Politiques de Paris, da anni si dedica alla cooperazione allo sviluppo, fondendo teoria ed esperienza sul campo. Dal 2005 collabora infatti a progetti di cooperazione internazionale in Burkina Faso e in Benin.

L’autore, che dal 2012 è presidente dell’ong Mani Tese, riesce a raccontare la genesi e la direzione che sta prendendo un fenomeno che coinvolge molteplici attori e non trascurabili risorse.

Prima di tutto viene ricostruita l’evoluzione dell’idea di sviluppo e di conseguenza di cooperazione allo sviluppo: cosa significa svilupparsi. Si affrontano tre filoni – sviluppo sostenibile, sviluppo umano e sviluppo locale – che approdano a cinque principi fondamentali: ownership, allineamento, armonizzazione, responsabilità reciproca e gestione orientata ai risultati. Bene, ma che impatto hanno questi concetti sulla cooperazione in Africa? Cosa significa ownership del progetto? Chi è il proprietario del progetto di sviluppo? La comunità locale? Il donatore? Metà e metà? Ma poi esiste una comunità locale? Dove inizia e dove finisce? Chi la rappresenta? Come la rappresenta?

Qui emerge la parte più interessante del testo dove le parole prendono forma nella realtà. Un problemino è questo: molti progetti la comunità locale neanche la vedono; viene coinvolta nella fase esecutiva, ma non nelle scelte fondanti. Inoltre capita che, quando sono coinvolti, gli attori locali si ergono a rappresentanti della comunità, mentre non portano avanti nessuna partecipazione effettiva della gente, ma semplicemente “monetizzano” il loro ruolo di mediatori. Sono soggetti che hanno appreso il “format dello sviluppo”, sanno scrivere progetti, relazioni, ma non realizzano nulla (o poco). Anzi innescano meccanismi ricorsivi che tendono a rendere permanente il sostegno negando l’idea stessa di sviluppo. L’effetto è la nascita di territori “forti”, più visibili che attraggono fondi e progetti a scapito di territori più fragili.

C’è poi un secondo livello di problemi: la relazione con gli altri progetti di sviluppo presenti nel territorio. Qui emergono tre dinamiche: sovrapposizioni (la cooperazione non cooperativa), ognuno va per sé, il progetto è pensato come un ciclo chiuso (vado, faccio il pozzo e torno). Conseguenza: un villaggio è pieno di pozzi, quello vicino non ne ha neanche uno. Un’altra conseguenza è il conflitto: il progetto non è accolto dalla popolazione anzi osteggiato e visto come un problema.

Nella parte finale del testo c’è un’analisi degli attori della cooperazione. Chi sono? È interessante vedere che ci sono piccoli gruppi che sostengono piccoli progetti a fianco di organizzazioni che hanno un budget annuale di alcuni miliardi di dollari. Che a loro volta generano progetti grandi e progetti piccoli… Perdendo spesso di vista l’aspetto centrale della cooperazione, chiamata a generare processi locali e sostenibili di sviluppo.

Il futuro vedrà la compresenza di due modelli di cooperazione: la prima più centrata sulla crescita economica e fondata sul mutuo interesse degli stati; la seconda più politica, finalizzata all’affermazione dei diritti e fondata su collaborazioni di lungo periodo tra organizzazioni della società civile.