Claudia Galal

Cairo Calling - L'underground in Egitto prima e dopo la rivoluzione

AgenziaX, 2016, pp. 280, € 15,00.

di Davide Piras

Tra le conquiste maggiori che il popolo egiziano ha ottenuto dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011 c’è la libertà di espressione. Libertà non in senso assoluto – con al-Sisi la situazione è addirittura peggiorata – ma libertà di comunicare oltre la paura, oltre il senso di oppressione che accomuna tutte le dittature in giro per il mondo, attraverso mezzi assolutamente nuovi: usare l’arte come strumento «di rottura e di critica sociale, che è capace di raccontare una realtà alternativa al sistema», «il sentimento di protesta si è trasformato in un’urgenza espressiva».

Cairo calling è un approfondito diario di viaggio di una giovane donna italo/egiziana che vive a Milano e lavora nell’editoria e nella comunicazione. Ripercorre giorno per giorno la rivoluzione egiziana andando oltre la mera schematizzazione offerta dai media occidentali mainstream. Il risultato di quest’opera è un ricco mosaico che chiama in causa chi la rivoluzione l’ha combattuta in prima linea, i giovani.

Oltre a raccogliere interessanti notizie e narrare in maniera dettagliata i tragici giorni che hanno portato alla caduta di Mubarak, Claudia Galal compie un viaggio all’interno della scena artistica egiziana underground che durante la rivoluzione ha trovato terreno fertile per manifestare tutto il suo potere politico e si è fatta vettore di un malcontento diffuso, intrecciando la sua crescita con le proteste di piazza Tahrir.

La forza dell’opera sta nella cura dei particolari attraverso i quali è possibile immaginare la potenza di un graffito di Mina Nasr o il ritmo di un concerto elettro-sufi del duo Saleh & Miniawy, tutto questo mantenendo sempre un occhio quasi giornalistico nel dettagliare il ruolo sociale di ogni artista e della loro arte prima e dopo la rivoluzione. Nel libro trovano spazio gli interessanti ritratti dei musicisti, street artist e pittori che popolano la scena underground egiziana: dal collettivo dei Mona Lisa Brigades, passando per le sculture di Alaa Abd El Hamid sino al connubio tra spoken poetry e post rock di Aly Talibab e la sua band, gli El Manzouma.

Cairo calling grazie al suo stile cronachistico ci porta a spasso per il Cairo, dai distretti più centrali come Downtown e Zamalek sino ai quartieri popolari di Ard El Lewa e di Helwan, seguendo sempre il fil rouge rappresentato dall’arte underground e da ciò che essa rappresenta per gli artisti, affermati o meno, che la utilizzano come mezzo antisistema o semplicemente per esprimere se stessi.

Claudia Galal delinea un ricchissimo ritratto dell’altra rivoluzione, quella combattuta con le bombolette, gli stencil o semplicemente con la voce, portando alla ribalta non dei semplici manifestanti ma delle persone che hanno fatto dell’arte uno strumento di informazione sulle malefatte di Mubarak, lo Scaf e Morsi, o semplicemente una modalità per esprimere le proprie emozioni, troppo spesso ingabbiate dall’asfissiante controllo del regime.

Cairo calling racconta di una rivoluzione che è ancora in atto, nonostante tutto, una battaglia itinerante che si combatte nelle piazze e nei centri culturali, siano essi piccoli studi o magazzini in periferia, un fermento in continua evoluzione che non conosce muri. «Mentre le autorità alzano muri di cemento nelle strade del centro per proteggere i palazzi del potere (…), artisti e attivisti coprono quegli stessi blocchi di cemento senz’anima di segni, colori ed emozioni».