COSì VICINI, COSì LONTANI – DOSSIER GENNAIO 20127

Lo sguardo espropriato

Prendendo (necessariamente) le distanze dal punto di vista occidentale, la fotografia africana sta raccontando un altro continente. E contribuisce così a far riflettere sui limiti narrativi degli scatti “non africani”.

di Stefania Ragusa

È un rischio implicito in ogni narrazione, ma specialmente in quella fotografica: l’appropriazione indebita della vita altrui, del dolore e della sofferenza. L’assunzione del proprio punto di vista e d’interpretazione come diaframma oggettivante: ecco allora la nostra pena attribuita a qualcun altro, la nostra meraviglia cucita addosso a un volto che resta anonimo ma diventa pubblico e viene messo a servizio di questo o quel messaggio.

Succede spesso nei cosiddetti paesi in via di sviluppo (per i quali, come vedremo, ci vorrebbe un’altra denominazione, più realistica e meno pregiudizievole) e nel grande teatro delle tragedie umanitarie (pensiamo a donne e bambini esposti in molte campagne di fund raising delle organizzazioni non governative). Succede in particolare in Africa, continente che abbonda di spunti narrativi pieni di pathos e sottratti alla verifica.

Succedeva già nei primi anni del XIX secolo, quando la fotografia nasce e sbarca in Africa. Fotografi del regime coloniale e viaggiatori raccontavano “la loro Africa”, piena di esotismi e asimmetrie. Gli africani che facevano propria la nuova tecnologia – la famiglia creola-ghaneana Lutterodt, i fratelli sierraleonesi Lisk-Carew, il togolese Alex Acolatse, (cfr. Nigrizia 11/2015) – documentavano però un’altra realtà. Guardavano talvolta gli stessi oggetti, ma il loro sguardo li metteva in condizione di percorrere la profondità, vedere dall’interno, leggere meglio quel che proponevano.

Il doppio sguardo rimane una cifra del presente. La narrazione ufficiale e dominante è affidata ai cosiddetti esperti, in genere non africani, che spesso non possiedono i codici di accesso per immettersi in una realtà così distante, a cominciare dalla lingua. Non gliene si fa necessariamente una colpa, ma non si può soprassedere sui limiti di queste narrazioni e sulla loro pervasività rispetto allo stesso immaginario africano.

Oggi si comincia a mettere un argine anche teorico al processo di espropriazione narrativa, impostando su nuove basi il racconto e la riflessione sulle distanze. La novità inizia a essere colta e condivisa anche al di fuori dei circuiti puramente artistici. Ed è una trasformazione positiva, ma non esente da contraddizioni.