Wole Soyinka (Traduzione di Carla Muschio)

L’uomo è morto

Jaka Book, 2016, pp. 352, € 18,00

di Raffaello Zordan

Ventotto mesi di galera avrebbero fiaccato chiunque. Non lui. Non la sua capacità di distillare quelle dure giornate, di annotarle e di piegarle al proprio registro linguistico per farne un’invettiva contro un potere ingiusto e feroce, e contro chi vi si adegua.

La colpa di Wole Soyinka è di aver preso le distanze, intervenendo sui giornali, sia dalla guerra di secessione del Biafra (Nigeria, 1967-1970) sia dal regime dittatoriale di Yakubu Gowon. All’epoca Soyinka è già Soyinka, letterato e drammaturgo conosciuto in tutto il mondo: una notorietà che gli salva probabilmente la vita, ma non gli evita la detenzione preventiva per aver espresso un’opinione.

Questo libro pubblicato nel 1972, poco dopo i fatti, appare in italiano nel 1986 (anno in cui lo scrittore vince il Nobel per la letteratura) e ora, alla seconda edizione, mantiene intatta la sua forza. Pagine, come afferma nella prefazione Oreste del Buono, scrittore e giornalista scomparso nel 2003, che sono una terapia di resistenza: «Il successo maggiore sta nel dominio di sé, e non solo della psiche, ma anche e soprattutto della parte che è più esposta al tradimento, il corpo. La cura del corpo, nonostante la disumanità delle condizioni, la dialettica con il corpo, con gli sconforti, le esigenze, i sogni del corpo. Secco, duro, aspro, meticoloso, accanito, spietato, Wole Soyinka è, comunque, uno scrittore».

Uno scrittore che abbiamo imparato a conoscere anche in Italia e che ci ha fatto capire non poco della sua Nigeria, E continua a farlo, anche attraverso un’opera concepita 45 anni fa. Il perché lo spiega bene un saggio di Luigi Sampietro, professore di lingue e letterature anglo-americane all’Università degli studi di Milano, che introduce questa edizione: «L’uomo è morto è uno studio della natura umana in forma di racconto. I protagonisti, che pure hanno un nome riconoscibile anche se sbiadito nel tempo, non sono importanti altro che come pedine di un gioco il cui demiurgo è il narratore. (…) Il libro è, nel suo insieme, una prolungata partita a scacchi; o meglio il resoconto di un gioco mortale, simile a quello del gatto con il topo, in cui i militari e la polizia saranno annientati, e non solo perché il prigioniero è scaltro e sa prevedere ogni loro mossa quando lo interrogano, ma perché di loro non resterà altro che la damnatio memoriae decretata da un autore famoso che da un evento quasi insignificante (un linciaggio minore, definisce la sua vicenda) ricaverà un messaggio imperituro da affidare all’autorità della carta stampata».

La Nigeria di oggi si è lasciata alle spalle la stagione dei colpi di stato e dei regimi militari, che ha caratterizzato i primi decenni dell’indipedenza (1960, Gran Bretagna). Certo i problemi non mancano in questo stato federale, a cominciare dalla corruzione. Ma se qualche passo è stato fatto in direzione del rispetto dei diritti di cittadinanza, lo si deve anche alla penna di Soyinka.