Maurizio Franzini e Mario Pianta

Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle

Editori Laterza, 2016, pp. 200; 14,00 €

di Gianni Ballarini

La disuguaglianza è un concetto scivoloso. Perché le disparità non si hanno solo in ambito economico, ma anche nei diritti, nelle capacità, nell’accesso ai servizi.

Ma se si fissa lo sguardo solo alla dimensione economica, appare nella sua evidenza come la forbice tra ricchi e poveri, negli ultimi trent’anni, si sia allargata sempre più, provocando ovunque guasti. Un fenomeno globale, quello del benessere mal distribuito, che coinvolge i paesi occidentali come le economie emergenti. Le ragioni del guasto sono ormai talmente condivise che perfino istituzioni come Ocse e Fondo monetario internazionale – da sempre sostenitrici delle politiche alla base delle disuguaglianze – si annoverano oggi tra i tumulatori del sistema tecno-capitalista, scarsamente redistributivo. Un rapporto del 2015 dell’Ocse afferma, ad esempio, che la «crescente disuguaglianza è un male per la crescita a lungo termine» e che «le politiche strutturali sono necessarie ora più che mai (…), ma devono essere accuratamente accompagnate da misure che promuovano una miglior distribuzione dei dividendi della crescita».

Una conversione che arriva dopo che da anni una buona fetta della letteratura economica pubblica studi che smentiscono i benefici del binomio liberismo-globalizzazione. È noto a molti come l’1% più ricco del mondo abbia una ricchezza all’incirca pari a quella di tutti gli altri esseri umani. In Occidente i redditi dei “supermanager” corrono, i salari crollano, la povertà è in aumento. Fatti documentati e ben conosciuti. Ma come e perché si è arrivati a queste disuguaglianze record?

Il libro dei due economisti Maurizio Franzini e Mario Pianta, Disuguaglianze, cerca di dare risposte convincenti a questa domanda. A loro avviso sono quattro i motori di diseguaglianza: il maggior potere del capitale sul lavoro, con profitti e rendite finanziarie che schiacciano i salari; l’emergere di un “capitalismo oligarchico”, con un ruolo chiave di pochi super-ricchi e della trasmissione ereditaria della ricchezza («le nostre analisi mostrano che l’origine familiare è più importante dell’istruzione e del merito in diversi processi di distribuzione del reddito, compresi i livelli salariali»); l’individualizzazione delle condizioni economiche, che accresce le disparità tra lavoratori qualificati e non, stabili e precari, uomini e donne, cittadini e immigrati; infine, la principale, ovvero la ritirata della politica, che ha lasciato fare al mercato e rinunciato a redistribuire reddito e ricchezza.

Questi processi hanno cambiato il modo in cui funziona l’economia e opera la politica, rendendoci sempre più disuguali. Non si tratta, però, di una strada obbligata. Per i due autori si può invertire la rotta. E propongono, alle fine del testo, una serie di politiche con effetti diretti sulla riduzione delle diseguaglianze. Ad esempio, regolamentando e ridimensionando la finanza; limitando le posizioni di rendita; controllando i super-redditi; aumentando le tasse di successione; riducendo la frammentazione dei contratti di lavoro; rafforzando l’istruzione pubblica egualitaria; imponendo la tassazione nazionale e internazionale della ricchezza…

Non propongono politiche esplicite per contrastare la povertà. Per una ragione molto semplice: «Una decisa politica contro la disuguaglianza è anche il modo più efficace e appropriato per ridurre la povertà».