Il ritorno della Somaila / economia

Vivere di rimesse

Le strade di Mogadiscio sono un susseguirsi di macerie e bancarelle: un’istantanea fedele che racconta cosa sono oggi la Somalia e la sua economia. Da un lato ci sono la guerra, la distruzione e il conflitto ventennale, che hanno azzerato lo sviluppo del paese; dall’altro, c’è la voglia di riprovare a tornare a vivere il quotidiano.

di Daniele Bellocchio

Nelle strade si vedono, così, donne che vendono hijab e qat, ragazzi che s’ingegnano a riparare e affittare biciclette e uomini che si dedicano all’allevamento di capre e al piccolo artigianato.

Ma per comprendere l’economia somala, occorre, però, andare più in profondità. Con una premessa: a prescindere da quelle che sono le analisi degli economisti, la nazione è a un livello estremamente critico, con un 47% di disoccupazione (75% quella giovanile); con 300mila bambini che soffrono di malnutrizione; con oltre un milione di sfollati e altrettanti quelli fuggiti all’estero. Ecco, solo tenendo presente questo contesto è possibile leggere le statistiche della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale.

Stando ai dati del 2015, il Prodotto interno lordo (Pil) della Somalia è di 6miliardi di dollari, sei volte superiore a quello del periodo antecedente la guerra civile, quando era di 1 miliardo circa. La chiave per comprendere questo incremento sta nei consumi, dal momento che la produzione si attesta solo sull’8%, circa, per un ammontare di 480 milioni di dollari. L’economia somala dipende fortemente, quindi, dalle importazioni, mentre le esportazioni rappresentano solo il 14% del Pil. Questa forbice non fa che creare un forte deficit, che viene sanato da quello che è il vero motore e salvagente del paese: le rimesse dei somali che vivono all’estero e che finanziano anche i consumi. La Somalia, sorretta dalle rimesse, ha un reddito annuo pro capite di 435 dollari ed è il quinto paese più povero al mondo.

Un paese che, con un enorme parte del territorio a destinazione rurale e con circa 3mila km di costa, dovrebbe avere come settori primari l’allevamento e la pesca. In realtà, né l’uno né l’altro supportano l’economia nazionale. La pastorizia e l’allevamento sono opera, infatti, di pastori nomadi, che fanno del bestiame la propria fonte di sussistenza, mentre la pesca avviene quasi sempre in modo illegale, privando così le comunità di ricchezza e il governo di ricavi importanti. Per quel che riguarda le istituzioni finanziarie, a livello internazionale sono riconosciuti solo 50 enti del settore sul territorio somalo. E se da un lato si assiste a una regolamentazione della loro operatività e a una riduzione dell’importanza del money transfer, dall’altro diventa sempre più necessaria una riduzione dei costi di accesso e reperimento delle fonti finanziarie per favorire uno sviluppo economico e dei consumi.

In fatto di materie prime, l’ex colonia italiana ha considerevoli depositi di petrolio e gas, ma vista l’attuale situazione è stato calcolato che occorreranno decenni prima che questi vengano sfruttati. Incenso, mirra, spezie, carbone, banane, sorgo e mais sono beni attraverso i quali il paese potrebbe iniziare un’attività di esportazione internazionale. Ma perché ciò avvenga occorrerebbe uno sviluppo globale del paese, che nel breve termine è quasi impensabile prevedere.

Se a tutto ciò si sommano investimenti stranieri alquanto timidi, il quadro che ne esce è di un paese in una delicata fase di transizione, che deve ancora modernizzarsi e vittima di una mancanza di specializzazioni e di diversificazioni del settore economico.

Allo stesso tempo, però, si assiste a un ritorno di somali della diaspora che con sé portano capitali e, soprattutto, conoscenza. Il futuro del paese è così affidato a giovani nati tra Bosaso e Chisimaio, ma cresciuti in Occidente ed educati nelle migliori scuole americane e britanniche. È a loro che si affidano molte speranze di rinascita del paese.