Il ritorno della somalia

Rifugiati yemeniti. Il paradosso somalo

È un paradosso della storia ciò che sta avvenendo lungo le coste della Somalia.

di Daniele Bellocchio

Uno dei paesi che rappresenta l’icona del fallimento dello stato, in cui un conflitto ventennale prosegue impietoso e, nonostante i lenti tentativi di ricostruzione, vede ancora nelle sue strade milizie armate, blindati e attentati. Eppure, proprio questa nazione è divenuta anche una terra di rifugio. Come sia possibile che le spiagge dell’ex colonia italiana affacciate sull’Oceano Indiano siano diventate approdo di carrette del mare, lo si comprende guardando ciò che accade oltre il golfo di Aden, nello Yemen. Dal marzo 2015 è vittima di un conflitto che contrappone i ribelli sciiti huthi – alleati con l’ex presidente ‘Ali’ Abd Allah Saleh e appoggiati dall’Iran – agli uomini del presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, sostenuto dall’Arabia Saudita, dalla coalizione del Consiglio di cooperazione del Golfo, e dall’Egitto. Nel frattempo sta avanzando anche il jihadismo locale, con i gruppi legati ad al-Qaida e al gruppo Stato islamico (Is).

Oltre un anno di bombardamenti hanno provocato più di 7mila morti, di cui la metà civili, e 11 mila feriti. E alla tragedia del conflitto si aggiunge anche quella dei profughi; più di 173mila yemeniti hanno lasciato il paese cercando rifugio negli stati confinanti: 51 mila in Oman, 40 mila in Arabia Saudita, 33 mila a Gibuti, 11 mila in Etiopia, 6 mila in Sudan e 32 mila in Somalia. L’ex colonia italiana, che conta un milione di sfollati interni e altrettanti profughi oltre confine, si ritrova a essere una speranza per altre migliaia di persone in fuga.

Dei 32 mila arrivi sulle coste, 28mila sono cittadini somali scappati nello Yemen negli anni ’90, quando il paese era in preda all’anarchia delle bande. Gli altri, invece, sono uomini, donne e bambini originari di Aden e San’a, che hanno perso tutto nella loro terra.

A Mogadiscio – vicino all’Arco di trionfo costruito nel 1928 per la visita di re Vittorio Emanuele III, e ribattezzato il ‘‘binocolo’’ per la sua forma – ecco una distesa di tende e capanne. È un campo profughi spontaneo, dove vivono 450 yemeniti. Tissam Abdulawit è la rappresentante della tendopoli, ha più di 50 anni e racconta: «Non avevamo nessuna via di fuga e così siamo arrivati in Somalia. C’è chi è sbarcato al nord, nel Puntland, chi a sud, ma ora siamo tutti prigionieri in questa terra e non abbiamo possibilità di andarcene. Siamo scappati dalle bombe e qua abbiamo trovato di nuovo fame e spari. Ma non c’era alternativa se non volevamo morire nello Yemen».

Un gruppo di uomini ammazza il tempo e i morsi della fame fumando in continuazione dai narghilè carichi di tabacco e masticando qat, tutti seduti di fronte al mare, in assoluto silenzio. Abdel Faith Ahmed Mahmud ha poco più di vent’anni: «Sono stato ferito durante un bombardamento e ho perso l’udito a un orecchio». Mentre racconta la sua storia indica le cicatrici. «Ho già attraversato il mare una volta e non ho paura di rifarlo. Non temo il deserto e neppure il Mediterraneo e se voglio dare un senso a questa mia fuga dallo Yemen devo arrivare in Germania. Qui stiamo morendo lentamente e se non parto e non arrivo in Europa significa che ho attraversato il golfo di Aden per nulla».

La disperazione si percepisce ancora di più in chi non ha nemmeno la possibilità di pensare di fuggire nuovamente. Sait Ahmed presenta la sua famiglia: la moglie e la bambina appena nata. «Qui il riso che avevamo sta finendo, il latte per la neonata non c’è e nemmeno il cibo per la madre. Ho paura per loro, ma qualcosa dobbiamo fare: non posso vedere la mia famiglia in queste condizioni!».

Una realtà, quella dei profughi yemeniti, che rende ancora più disperata la situazione di chi vive in Somalia dove, stando alle ultime stime di Unicef e dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, 4,7 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari; 350 mila bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione; il colera è ritornato a infestare i campi dei rifugiati, che di rifugio, quei luoghi, non hanno proprio nulla.