Intervista a monsignor Giorgio Bertin

“Non dimenticatevi della Somalia”

L’amministratore apostolico del paese del Corno d’Africa spiega come la Chiesa, pur con un numero esiguo di fedeli, continui ad agire in termini di azione pastorale, umanitaria e diplomatica.

di Bruna Sironi

onsignor Giorgio Bertin, dei Frati minori, è certamente un testimone unico dell’evolversi della situazione somala e della Chiesa nel martoriato paese. Arrivò in Somalia per la prima volta nel 1969, l’anno del colpo di stato militare che portò al potere Mohammed Siad Barre. È rimasto a Mogadiscio fino allo scoppio della guerra civile, nel 1991. Poi ha dovuto lasciare il paese sotto l’incalzare del conflitto che aveva danneggiato pesantemente la cattedrale e tutte le case e le opere della Chiesa. La facciata della cattedrale verrà distrutta alla fine del mese di ramadan del 1996 da un gruppo di militanti legati a al-Qaida. Mons. Bertin è stato “profugo” dieci anni a Nairobi, occupandosi sempre, però, della Somalia.

Nel 2001 papa Giovanni Paolo II lo ha nominato vescovo di Gibuti, confermandolo nello stesso tempo Amministratore apostolico della Somalia. Da allora vive a Gibuti, da dove coordina il lavoro pastorale e caritativo anche in Somalia, dove si reca frequentemente.

La storia della Chiesa cattolica in Somalia inizia nel 1904, all’epoca della colonizzazione italiana, con la nascita della Prefettura apostolica, che diviene Vicariato apostolico negli anni Venti e infine diocesi di Mogadiscio nel 1976. È una diocesi sterminata, che coincide con il territorio dell’intero paese.

I fedeli cattolici sono sempre stati poco numerosi. All’arrivo di mons. Giorgio, erano circa 2.000, il 90% dei quali stranieri, cioè europei, italiani soprattutto. Ai cattolici si sommavano circa 400 protestanti. I somali erano già allora pochissimi, anche perché l’islam, la religione della quasi totalità della popolazione, condanna per apostasia chi si converte. Perciò spesso si professa la religione cattolica privatamente, nel segreto. Ora i somali cristiani, compresi i cattolici, potrebbero essere non più di un centinaio, concentrati soprattutto nella zona di Mogadiscio.

Nel paese sono presenti attualmente un unico sacerdote, ad Hargheisa, e due volontarie laiche. Ma nel 1969 c’erano un centinaio di suore della Consolata, 24 francescani, tra padri e fratelli, e una decina di missionarie laiche.

La Chiesa somala ha vissuto anche momenti drammatici, come l’uccisione di mons. Pietro Salvatore Colombo, allora vescovo di Mogadiscio, il 9 luglio 1989. L’attacco avvenne sul sagrato della cattedrale. L’assassino è rimasto sconosciuto. Enorme impressione ha fatto anche l’uccisione della missionaria laica Annalena Tonelli, assassinata a Borama, nel Somaliland, il 5 ottobre 2003, da un commando islamico somalo, al-Itihaad al-Islamiya. Pochi mesi prima era stata insignita dall’Acnur del prestigioso premio Nansen per il suo lavoro in favore dei rifugiati. A Merca, nel sud del paese, nel 1995 era già stata uccisa da un commando la dottoressa Graziella Fumagalli, volontaria in un progetto sanitario della Caritas italiana.

Che cosa sta facendo la Chiesa in un contesto così difficile? È possibile portare avanti il lavoro pastorale e sociale?

Lavorare in Somalia come Chiesa cattolica è certamente difficile. Tuttavia...
Per continuare la lettura dell'articolo del numero di Nigrizia di dicembre 2016: rivista cartacea o abbonamento online.