Il ritorno della somalia

Il risveglio di Mogadiscio

La quotidianità è complicata. Ma ci sono segnali del ritorno alla vita nella capitala somala. Compreso un locale notturno dove si balla, si gioca e si ascolta musica. I giovani della diaspora non si rassegnano a un futuro di terrore.

di Daniele Bellocchio

Non sono molte le case con le finestre illuminate a Mogadiscio. L’elettricità è un bene per pochi in Somalia, visto che un kilowatt costa 1 dollaro l’ora. E così, quando anche l’ultima preghiera finisce e le sagome dei minareti scompaiono nel buio, ecco la paura.

È la notte il momento in cui la guerra crea la percezione che la morte sia ovunque. Di notte i colpi di mortaio cadono improvvisi, i checkpoint vengono attaccati e fatti esplodere senza che i militari se ne rendano conto e i campi profughi vengono svegliati dalle incursioni di jihadisti e miliziani. Ecco la notte e il terrore.

Un suono, improvviso, dolce e lontano, si solleva, però, dal km5, uno dei quartieri centrali della capitale somala. Entra nelle vie e porta con sé quel senso di familiarità e di voglia di vita. Il suono è quello di un liuto e più lo si segue più diventa forte e nitido. E non è solo: è accompagnato da mani che battono il tempo e da risate. Seguendolo si arriva di fronte a un vero e proprio fortino. Filo spinato e sacchetti di sabbia, cavalli di Frisia e blocchi di cemento, e torrette con uomini di guardia. Dietro un cancello invalicabile si nasconde il primo locale notturno di Mogadiscio: il Posh Treats, un’oasi di pace, una pugnalata contro l’oscurantismo e la shari‘a. Il portone si spalanca e, al suo interno, si apre un cortile, dove giovani somali, soprattutto appartenenti alla diaspora, fumano narghilè col tabacco, scherzano, si lanciano sguardi compiacenti, ridono e ascoltano il concerto di musica locale.

È una storia minore, ma eloquente per capire come la Somalia stia cambiando, avendo alla sua guida i giovani della diaspora appunto, tornati con la voglia di costruire, di aprire attività e di cominciare a dare il sapore della vita a una terra che l’ha perso 25 anni fa.

 

Prigioniera del suo sogno. Il Posh Treats è una creazione di Manar Moalin, titolare del locale che racconta: «Quando avevo solo 7 anni (oggi ne ho 35), sono scappata dalla Somalia a causa della guerra e ho iniziato a vivere tra Napoli, Londra e Dubai. Due anni fa, mia madre, ritornata a Mogadiscio, mi racconta come questa città stia cambiando e che ci sono spiragli di pace. Ho deciso, così, di tornare anch’io e di aprire un centro di benessere e di ritrovo per i giovani». Il Posh Treats comprende una sala biliardo, una palestra, un parrucchiere, un barbiere, una guest house, uno spazio concerti e delle sale per fumare i narghilè.

Questa rivoluzione nel cuore della città, tuttavia, un prezzo. Lo spiega la stessa Manara: «Ho aperto questo locale nel gennaio 2015 e da subito sono stata oggetto di minacce e intimidazioni. Non posso uscire dal mio locale; sono prigioniera del mio stesso sogno. Vivo dietro queste mura blindate e scortata, sempre, perché in molti hanno giurato di uccidermi». E prosegue: «La Somalia oggi vede una forte corruzione, un governo debole e compromesso, le truppe internazionali incapaci di eliminare il terrorismo e il jihad, che non smette di fare vittime. Ma noi somali dobbiamo iniziare a cambiare lo stato delle cose, con coraggio e dimostrando che vogliamo un futuro di pace e sviluppo».

Se nella capitale la popolazione mostra una volontà di cambiamento, nelle zone dell’entroterra, invece, c’è ancora chi appoggia il gruppo terroristico al-Shabaab. E la guerra non cessa. Inoltre: al desiderio dei somali della diaspora di ricostruire il paese, fa da contraltare un immobilismo di miseria, a cui sono condannati oltre un milione di sfollati, che vivono in tendopoli senza assistenza, in balia degli eventi.

Per comprendere ancor meglio questa realtà complessa, basta recarsi all’ Aden Haji Yabarow Wish Stadium, a poche centinaia di metri dal Lido di Mogadiscio. Proprio lì dove al-Shabaab eseguiva le sue condanne a morte e dove ancor oggi i segni delle pallottole sono impressi sugli spalti, ora sta andando in scena il campionato di pallamano femminile. Le squadre si danno battaglia in campo, sulle gradinate una folla indistinta esulta, grida, applaude e riscopre il significato della parola libertà. Ma neppure il tempo di alzare la coppa al cielo, ed ecco il ritorno della violenza: un gruppo di jihadisti assalta il Sahafi Hotel, poi i ristoranti del Lido, i checkpoint delle truppe Amisom (Missione dell’Unione africana in Somalia) e gli uffici governativi. Non smette di colpire: attacca l’albergo Nasa Hablod e ammazza generali e giornalisti.

 

Le ferite dei giornalisti. E a spiegare nel dettaglio la situazione della Somalia sono proprio loro, i cronisti locali, nel mirino di islamisti e signori della guerra, ma consapevoli di come il loro lavoro sia fondamentale per il cambiamento del paese. «Noi, da quando è nata la nostra emittente, abbiamo subìto cinque attacchi da parte degli islamisti e tre colleghi sono morti. Io porto ancora sulla mia pelle le conseguenze delle azioni di al-Shabaab». A parlare è Burhan Dini Farah, direttore di Radio Kulmiye, che mostra il braccio amputato all’altezza del gomito: «Siamo nel mirino di tutti, ma non possiamo demordere perché il nostro lavoro è fondamentale per una nazione che in questi mesi deve decidere il suo futuro».

Spiega come il governo del presidente Hassan Sheikh Mohamud, dal 2012 nel suo incarico, sia stato caratterizzato da un forte accentramento del potere e da crisi continue, come dimostra la sfiducia nei confronti di due primi ministri. Rivela che il governo è stato altresì debole: al centro di accuse di malversazione, e incapace di normalizzare il paese, vincendo il terrorismo. E conclude spiegando che il compito del presidente Mohamud, uomo vicino alla Fratellanza musulmana, era comunque quello di traghettare la Somalia verso le elezioni presidenziali del 2016. Obiettivo raggiunto.

Un anno fa nessuno, nemmeno i giornalisti, pensava che le elezioni si sarebbero tenute. E invece pare (andiamo in stampa quando l’iter non è concluso), che tutto sia andato in scena ben 47 anni dopo le ultime elezioni (1969). Anche se Unione europea, Nazioni Unite, Usa e Unione africana hanno espresso preoccupazioni sull’andamento e sulla possibilità di frodi e manipolazioni del voto.