antologia a cura di Alain Mabanckou

La felicità degli uomini semplici

66thand2nd, 2016 pp. 168, €18,00

di Vincenzo Giardina

«I bianchi non capiscono niente di calcio: non si riduce tutto al campo di gioco, esistono mondi paralleli». Il Gran sacerdote Mbuta Kimvuila ormai parla da solo. Ha rispettato la liturgia demoniaca dalla A alla Z ma il suo Zaire ha preso dagli jugoslavi tre gol in 15 minuti. Alla fine, quel 18 giugno 1974, Mondiali in Germania, finirà 0-9. «Fu uno shock culturale» dice a Nigrizia Alain Mabanckou, allora piccolo tifoso di quei “Leopardi” frastornati. Congolese trapiantato in Francia, insignito dall’Accademie française del Grand Prix de Littérature per l’insieme della sua opera, professore alla University of California of Los Angeles (Ucla), ha pubblicato in Italia questa antologia di 15 “short stories” africane sul calcio.

È il racconto a più voci di una passione che, nonostante i profitti miliardari, unisce al di là di tribù e pregiudizi. Per Mabanckou «il calcio è un modo per spiegare ai nostri figli come fare la pace. Non conta da dove arrivi o di che colore hai la pelle, ma solo il talento». Il talento, facile a dirsi. La nazionale dello Zaire del ’74, benedetta da Mobutu Sese Seko, il dittatore con il cappello di pelle di leopardo, di talento ne aveva. Eppure basta leggere il racconto di In Koli Jean Bofane, uno dei 14 autori della raccolta, per capire com’è finita: il Gran sacerdote chiede asilo politico in Germania.

Ma di chi è la colpa di quella disfatta storica? Dell’allenatore, europeo, insomma ignaro di mondi paralleli e stregonerie. Come niente fosse, le uova rituali le ha comprate al supermarket e poi per sbadataggine ne ha fracassate nove sul sedile dell’auto. Nove: come i gol incassati dai Leopardi, arrivati per la prima volta ai Mondiali, già sazi e forse anche spaventati da quel primo contatto con il calcio globale.

Per Mabanckou, che allora aveva otto anni, sono ricordi di bambino. La notorietà è passata per African Psycho, ma del pallone è rimasto innamorato. «Le condizioni ideali sono due. Primo divertirsi, secondo perdere, perché le vittorie lasciano l’amaro in bocca». E allora scopri che i Diavoli verdi, disastrata squadra di Point-Noire, la sua città, sono eroi.

Ne La felicità degli uomini semplici (traduzione di Michele Martino, Cinzia Poli e Nunzia De Oalma) ci sono ragazzine che al velo islamico preferiscono i tacchetti, rovesciate nello slum all’ora del tramonto, gol nei campetti della missione. Eppure l’Africa ha cominciato a dire la sua anche nel mondo del professionismo. Mabanckou: «Dopo quello Zaire ci sono stati il Camerun di Milla e la Costa d’Avorio di Drogba. Il mio sogno è vedere una nazionale africana vincere la Coppa del mondo e un giorno o l’altro ce la faremo». Appuntamento allora in Russia, tra due anni. Pare che i Diavoli verdi si siano qualificati e giochino la prima con i padroni di casa. Finirà 0-110 manco fosse una partita di basket, prevede Mabanckou. E si capisce: hanno convocato il nipote del sindaco, «quel cretino di Mayalama, il nostro sedicente numero undici»; convinto di essere brasiliano, anzi proprio il re Pelé.