Brecht De Smet

Gramsci on Tahrir

Pluto Press, 2016, pp. 264

di Luca Peloso

«La dittatura sta attaccando il movimento dei lavoratori in modo graduale e circospetto, cercando di indebolire i sindacati indipendenti e di creare divisioni tra i lavoratori nel pubblico e nel privato, tra differenti settori, ecc.» (pp. 222-223). Quanto tali considerazioni siano di stretta attualità, l’assassinio di Giulio Regeni l’ha tragicamente dimostrato. Ecco perché lo studio di Brecht De Smet, ricercatore dell’Università di Gent (Belgio) giunge benvenuto. Esso ha il merito di avvalersi della ricerca sul campo (interviste ad attivisti e sindacalisti tra il 2008 e il 2012) nonché di una riflessione ponderata, il tutto a partire da un’angolazione gramsciana. E questa è in sé una buona notizia, perché il pensiero di Gramsci fino ad ora non è stato impiegato diffusamente per comprendere i fatti africani, lasciando in ombra molti spunti che De Smet si affretta a raccogliere, colmando un vuoto.

Anziché applicare pedissequamente le categorie gramsciane al caso egiziano, l’autore fa luce sul nesso rivoluzione-restaurazione «leggendo la rivoluzione egiziana con Gramsci per comprendere i processi in corso di svolgimento» (p. 3). La sezione “Gramsci in Egitto” è la più interessante. La tesi di De Smet è che si debbano ripercorrere i 18 giorni della rivoluzione – dalle proteste del 25 gennaio alla mattina dell’11 febbraio 2011, quando Mubarak fu rimosso dalla presidenza – alla luce dell’intero secondo Novecento egiziano (e oltre, perché De Smet si spinge sino all’Ottocento e al colonialismo britannico).

È a quest'altezza che il concetto gramsciano di Cesarismo diventa prezioso. Con questo termine Gramsci allude, nei Quaderni del carcere, all’influenza dell’elemento militare in una situazione in cui l'equilibrio tra le forze in lotta finisce per sfociare in una “soluzione ‘arbitrale’ affidata a una grande personalità” (Quaderno 9), l'uso di tale concetto consente di definire la distanza tra un cesarismo progressivo come quello di Nasser e uno regressivo come quello di Sisi (così come di Morsi e del Consiglio supremo delle forze armate prima di lui).

Se nel primo caso infatti il capo politico respinse il feudalesimo e l’imperialismo, imboccando la via del “capitalismo di stato”, tutti gli altri agenti nominati, appoggiando le forze regressive, diedero prova d'essere contro-rivoluzionari. Ciò vale a maggior ragione per il regime di Mubarak, perché se il terrore divenne la sua essenza, fu anche in virtù di un lento processo che vide l’abrogazione della legge sulla riforma agraria promulgata da Nasser del ’52 (così i proprietari terrieri si riappropriarono delle terre perdute in seguito alle politiche redistributive degli anni ’50 e ’60), e la promulgazione di  una nuova legge di stampo neoliberista nel ’97, i cui effetti furono, tra gli altri, un peggioramento generale delle condizioni di vita dei cittadini e un inasprimento dei provvedimenti volti a limitare le loro libertà, tutti elementi che prepararono il terreno ai fatti del 2011.

De Smet ricostruisce le varie fasi della storia egiziana degli ultimi decenni, su su fino al golpe del 2013 e agli ultimi mesi del 2015; e si chiede: perché Tahrir ha fallito? Anche in questo caso la sua risposta è gramsciana: «al fine di rendere permanente la rivoluzione egiziana, vale a dire, integrare con successo i momenti dell’emancipazione politica e sociale, le masse popolari avrebbero dovuto mettere a punto dei mezzi di esercizio del potere, attraverso i quali, a sua volta, la classe lavoratrice potesse stabilire la sua egemonia sulla rivoluzione. Il fallimento nel portare a compimento queste due cruciali misure politiche tra il 2011 e il 2013 avrebbe infine condotto al consolidamento della contro-rivoluzione militare» (p. 204).