Giuseppe Catozzella

Il grande futuro

Feltrinelli, 2016, pp. 272, € 16,00

di Fabrizio Floris

Due ragazzi, un villaggio, un’amicizia, il gioco del nascondersi e del trovarsi, finché non li separa il grande boato (una mina), una delle tante che l’esercito regolare e i neri si scambiano. Alì si salva grazie al cuore trapiantato di una bambina bianca, cristiana, così avrà dentro, per sempre, il cuore del nemico e non si chiamerà più Alì, ma Amal, speranza, perché dice la mamma «se sei rimasto vivo, vuol dire che c’è una speranza» anche in fondo alla guerra e «quella speranza sarai tu».

La narrazione segue il passo lento e placido della vita in una località di mare, c’è la guerra, ma è in lontananza, è in città, al villaggio se ne sente qualche eco, si sa che c’è, ma non ha effetti nella quotidianità. Finché non arriva una prima progressione. Alì-Amal decide di partire, un viaggio iniziatico, come un rito di passaggio: lascia il mare e si dirige verso il deserto. Cammina per quindici giorni diretto alla Grande Moschea del Deserto e fa una prima scoperta: solo chi cammina incontra ciò che non conosce, chi sta fermo non è soggetto a deviazioni, ma non trova la meta.

Alla moschea chiede di poter diventare talib, studente, la sua ricerca del riscatto di una vita da servo. La porta dell’edificio si apre sotto una grande scritta: Ek nuqte vich gul muqdi e (“Tutto è contenuto in Uno”). Entra nei riti, nei gesti ripetuti, nella disciplina. Qui ogni atto è un jihad, uno sforzo che conduce a Dio: «Uno sforzo che fai dentro di te per spogliarti da ciò che ti rende schiavo». E così Alì-Amal da servo diventa maestro, la sua elevazione spirituale è elevazione sociale. Ma ad un certo punto tutto questo si blocca, c’è una crisi: «parlavo con Dio, meditavo, ma lui continuava a non rispondere», «ero fatto più di terra e polvere del deserto che delle aya del Corano», «ero rimasto fermo».

Alì entra nell’esercito dei neri (gli al-Shabaab), e si sente per la prima volta illustre, non servo. Conosce la guerra, desidera combattere e uccidere finché non raggiunge il grado di guerriero e con esso il diritto di prendere moglie. Sceglie Marya in mezzo ad un gruppo di quindici bambine. Lei non osa neanche guardarlo per ben tre mesi. Stanno fianco a fianco sapendo che ogni istante sarebbe potuto essere l'ultimo perché il destino del guerriero è quello di morire. Alì-Amal sapeva che la morte è promessa ad ogni uomo, ma così era troppo vicina, non lasciava tregua: «Stava tra me e lei, e in ogni istante minacciava di dividerci».

Con Marya il protagonista scopre l’amore, ma è sconvolgente perché lei è kafir, è infedele, è cristiana. La sua sposa è nemica. Ma, il kismet (destino) accetta mutamenti solo se non annunciati: il kismet non è né buono né cattivo, è solo kismet. Dopo anni passati a pregare e sparare Alì-Amal non riesce a far fuoco su dei bambini inermi, impietriti da quei soldati neri. Piange, piangere è la vergogna più proibita per un guerriero, ma lui non piange per paura o per compassione, piange l’uomo che è diventato. La storia si dis-vela sotto i suoi occhi, torna all’accampamento per prendere la sua sposa e con lei via verso casa, riattraversa il mare. Marya farà nascere un bambino che si chiamerà Futuro. E se ogni futuro nasce bambino l’Africa ha un Grande Futuro.