Domenico Quirico

Esodo, storia del nuovo millennio

Neri Pozza, 2016 pp. 174, € 16,00

di Giba

L’assenza di scelta. Sia per le colonie di esseri umani che si mettono in viaggio. Sia «per gli abitanti di un mondo in declino», che trepida solo per la sua ricchezza «proprio come i popoli vecchi, le civiltà al tramonto». È l’essenza di ciò che si respira dal libro di Domenico Quirico, Esodo. La storia del nuovo millennio, scritto per Neri Pozza. Per l’inviato de La Stampa se partire è l’unica ideologia per milioni di esseri umani, accogliere è il destino delle nostre tiepide città, «in cui coltiviamo un’artificiale solitudine, ma dove già ora ci sono «alveari ronzanti, di rumore e di colore, di preghiera e furore. Il mondo di domani».

Quirico, comunque, è consapevole che la scelta che ci sta davanti non è rozzamente binaria: o dentro o fuori. O portatori passivi di identità tradizionali o individui che rifiutano ogni legame con la comunità che li ha accolti. Ma ciascuno di noi è dentro il grande fiume del mutamento.

Il giornalista piemontese, dopo aver raccontato con la sua potente scrittura il progetto crudele di chi crede che Dio possa ordinare di uccidere nel Paese del male e nel Grande Califfato, nella suo ultimo saggio si getta in un altro grande movimento, le migrazioni, che sta cambiando il mondo. Esodo non è un saggio sui profughi («li ho raccontati in altri libri»). Ma di chi si mette in cammino. «Ho fatto il viaggio per l’arrogante volontà di capire perché un popolo di ragazzi rischia la vita per sbarcare da noi, per afferrare l’Europa. Non dovremmo usare più, per loro, la parola clandestini: inganna, svia, dovremmo restaurare l’antica cara nostra parola di migranti. Perché non è solo e soprattutto la miseria che li muove. Certo, l’hanno mangiata da sempre. Ma è altro che li spinge, una forza che sempre ha mosso i giovani a muoversi, a cambiare, a sognare. Cercano un’altra vita e basta, vogliono sognare e provare».

Per Quirico, booth on the ground (meglio: block notes on the ground) è la regola professionale. Essere testimone diretto dei fatti. Con decine di viaggi sospesi sul baratro. Come l’attraversata del Mediterraneo con 111 compagni di sventura, partiti dalla tunisina Zarzis, e dei quali sono una parte è riuscita a toccare il suolo di Lampedusa. «I clandestini di Lampedusa sono dei condannati a morte cui, talvolta, la pena è abbuonata».

Perché è vero che sono ormai incalliti i racconti sui migranti. Ma ci scordiamo che ciascuno di quei volti che guardiamo in tv o che incrociamo nelle nostre vite è un caso, non una «massa come ci ostiniamo a convertirli».

Quirico descrive l’attesa; le mediazioni col passeur; la paura e la fuga, i veri segni del nostro tempo; il deserto, con la sua lunga scia di morti; il dramma dei rimpatriati; le visite ai cimiteri africani, che ospitano una parte irrisoria di chi ci dovrebbe stare; la ricerca del denaro («nel mondo della Migrazione non esiste nulla di più importante del denaro»). Racconta il Niger, la Siria, Bamako e altre città maliane. Descrive, soprattutto, un continente africano con ragazzi dai 15 anni in su pronti a partire.

E l’Europa assopita è ancora impreparata a gestire il fenomeno: «Non li fermeremo mai con i nostri muri fatti di cocci d’uovo, con le nostre avarizie di popoli sazi e stanchi». Non fermeremo mai il quattordicenne Mohamed Nyang, che in una via polveroso di Bamako rivela a Quirico: «La migrazione è una religione per noi, siamo tutti migranti, la nostra vita è la migrazione».