Ernesto Pagano

NAPOLISLAM

Centauria, 2016, pp. 224, € 18

di Marcdo Ratti

Ciro Capone Muhammad

Le viuzze di Napolislam sono così tante che si finisce per perdersi. Questo libro non è fatto per chi è alla ricerca di definizioni facili sulla religione di Maometto e sui suoi seguaci. Le semplificazioni, le ricette preconfezionate stanno alla larga da queste pagine. Si incontrano persone in carne e ossa, con tutta la complessità e le contraddizioni del caso.

A partire dalla storia dell’autore, giornalista, traduttore dall’arabo e autore televisivo, napoletano che vive al Cairo e che ha deciso di scrivere sempre in prima persona singolare, lasciando che la sua vita si intrecci qua e là con quella degli uomini e delle donne che ha conosciuto (sta qui la differenza più evidente col suo film-documentario che porta lo stesso nome del libro).

L’autore illumina storie di italiani convertiti all’islam. E li racconta incontrandoli nella loro città, Napoli, nelle loro case, nei loro ambienti di lavoro. Pagano ha voglia di capire e trascina il lettore. Dopo poche pagine è facile appassionarsi per Ciro Capone Muhammad, che un giorno esce a comprare un libro di Maradona e invece rientra col Corano sotto braccio, iniziando così il suo personale percorso di conversione. Un’esperienza che col tempo travolge anche l’amico Francesco, che cede al richiamo di Maometto dopo avere affrontato le regole che tanto lo spaventavano: «niente birra, niente femmine, niente tatuaggi, niente discoteche».

Lasciandosi trasportare nelle vite degli intervistati, il lettore è costretto a fare i conti con critiche che ci toccano nel vivo. Salvatore Muhammad, per esempio, non sopporta l’ipocrisia di chi lo rimprovera per la sua scelta e che, allo stesso tempo, prega Dio solo quando è malato o sta morendo. «Io Dio lo invoco quando sto bene perché quando sto male ci pensa Lui a me». E Salvatore rivendica pure la maggiore libertà dell’islam dalle cose terrene. «Oggi ‘a Chiesa è comm’ ‘o supermercato, apre solo per battesimi, comunioni, matrimoni e funerali».

E poi ci sono le storie di coppie miste, messe alla prova da famiglie di origine poco disposte a far entrare in casa “il musulmano” o da reali problemi culturali di difficile soluzione. Come quello della crescita dei figli. «Per te una ragazza deve prendere uno come marito senza frequentarlo. Può dire solo mi piace o non mi piace, e basta», accusa Francesca, mamma di Alessandra, che ha sposato Walid. «Coi musulmani funziona così, e mia figlia si dovrà sposare con un musulmano», risponde lui.

Eppure a Napoli, forse, ci si capisce meglio che altrove. Alessandra ricorda alla madre che «i musulmani non sono quelli che si fanno esplodere o obbligano la donna a mettere il velo. È come se dicessero: “I napoletani sono tutti ladri”». «Guai a chi parla male della mia città», risponde subito Francesca. Sottolinea Pagano che un napoletano può capire davvero cosa voglia dire essere vittime di stereotipi.

I temi che emergono carichi di provocazione sono tanti, come il velo indossato dalle donne, la sharia, l’integrazione dei giovani musulmani. Tanti racconti di vita inframezzati dalle riflessioni e dalle domande dell’autore. Che alla fine non può che ammettere che non ci sono risposte univoche e definitive in questo islam così sfaccettato. «La comprensione del mondo è difficile, soprattutto per chi, come me, ha a disposizione solo gli occhi e le orecchie». «Sono un semplice testimone che ha provato a bussare alla porta della vita di alcuni convertiti».