Convenienze e convivenze

Trieste e Asti e Parma: due esperienze differenti. Che rivelano, tuttavia, come sia possibile, anche nelle città, amalgamare culture e provenienze diverse, in un nuovo modello di cittadinanza. Basta una buona politica.

di Sara Milanese

TRIESTE, STORIE DI MESCOLANZE

L’accoglienza diffusa, così come l’abbiamo descritta finora, sembra fatta su misura per i comuni. Ma trova facile applicazione anche nelle città di piccola e media grandezza, dove ci sono tutti i servizi di cui i paesi di provincia sono spesso carenti, dove gli spostamenti sono più semplici e le relazioni più facili che nelle metropoli.

La veterana dell’accoglienza è sicuramente Trieste: un centro piccolo, facile da girare coi mezzi pubblici o anche a piedi, ma anche capoluogo di regione, in grado di fornire ogni servizio.

Ospitare richiedenti asilo, qui, è un’attività ormai consolidata, iniziata nel 2002. La presenza in città è molto alta: 4 profughi ogni mille abitanti, la media nazionale italiana è meno della metà: 1,6. Non è poco per una città che conta 200mila abitanti.

«Al momento ci sono circa 600 persone che vivono negli appartamenti, soprattutto nell’area urbana triestina, al massimo nella periferia o in provincia, appena fuori dalla città», spiega Gianfranco Schiavone di Ics, la onlus che si occupa di rifugiati a Trieste. Nonostante un rallentamento degli arrivi, a Trieste giungono ogni giorno tra i 10 e i 15 migranti.

Sono soprattutto tre i fattori che hanno permesso alla città di sviluppare questa buona pratica di accoglienza: la crisi del mercato immobiliare, e la conseguente presenza di molti appartamenti sfitti disponibili; la piccola dimensione, che rende più facile coordinare e gestire spostamenti e attività; e, di certo, anche la cultura di città di confine. Un’altra particolarità dell’esperienza alabardata è che l’accoglienza riguarda sia chi è in attesa del riconoscimento di rifugiato, sia chi ne è già titolare. «La legge prevede l’accoglienza solo nella fase iniziale: quando il richiedente asilo ha ottenuto lo status, viene abbandonato», spiega ancora Schiavone. Questo significa che in molte città italiane, nelle quali il sistema di accoglienza e quello Sprar sono separati, il richiedente asilo, a un certo punto, viene «lanciato nel nulla. Un programma sociale scriteriato, folle, quasi criminale, che crea senza fissa dimora sul territorio. È esattamente quello che i pubblici poteri non dovrebbero fare».

Nonostante ci siano sacche di resistenza e movimenti politici contrari all’esperienza, «la storia di questa città è una storia di mescolanze di lingue e culture diverse ? ricorda Schiavone ?. Anzi, noi diciamo che la situazione attuale di Trieste rispecchia quella del suo passato migliore».

 

ASTI, DOVE I MIGRANTI ACCOLGONO I MIGRANTI

Fatima Issah viene dal Ghana e vive coi suoi due figli ad Asti: il maggiore ha 18 anni, la figlia, invece, 13. Quando propose ai suoi ragazzi di ospitare un richiedente asilo, ne furono felici: «Appena il nuovo ospite, proveniente dal Gambia, entrò in casa, lo chiamarono fratello, proprio come facciamo in Africa. Mia figlia iniziò a insegnargli l’italiano: lui si faceva tradurre anche gli sms che gli arrivavano sul cellulare! Si è fermato da noi nove mesi. È rimasto anche quando sono dovuta tornare in Ghana per un breve periodo: lui e i mie figli si sono comportati molto bene. Non hanno organizzato feste e non hanno distrutto la casa!».

Visto che questa prima esperienza di accoglienza è andata bene, Fatima ha deciso di ospitare anche un secondo richiedente asilo: «Era del Ghana, come noi, e quindi è stato semplice comunicare. Anzi, ha insegnato ai miei figli il dialetto del nostro paese. Loro, invece, gli hanno dato “lezioni” di inglese, lingua che non parlava molto bene». Anche questa seconda esperienza è stata positiva per la famiglia di Fatima, nonostante le differenze religiose: «Io sono musulmana, lui cristiano. Insieme abbiamo cercato dove fosse la sua chiesa più vicina.

L’abbiamo trovata a Praia, un quartiere di Asti. Così, una domenica mattina l’ho accompagnato là. Pioveva molto. Davanti alla chiesa ci siamo salutati: io non sono entrata e l’ho atteso a casa».

Fortunatamente il secondo ospite di Fatima è riuscito a trovare lavoro, e, grazie a un contratto a tempo indeterminato, ha ottenuto i documenti. Ha affittato casa e ora, a sua volta, accoglie un richiedente asilo. (...)

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